L’ultima tentazione di Tato Lori: «Sveglio Mantova gridando gol»

Intervista al presidente più bohémien del calcio italiano

Tony Damascelli

nostro inviato a Mantova

Romana Lori. È lei la vera padrona. Fabrizio ne parla sorridendo, come un figlio sa fare quando deve parlare della propria madre: «Cerco di farle capire una cosa: in privato mi chiama Fabrizio, poi, in pubblico, davanti ai giornalisti, mi chiama Tato. Non ci siamo. Ma è così, mia madre».
Dario, il padre, che veniva dalla terra di Pistoia, non c’è più. Ma ha lasciato una fabbrica diventata poi azienda, ha lasciato anche Patrizia e Daniela che insieme con Romana, mantovana al cento per cento, e Fabrizio formano la Lori United, famiglia piena di storie, cose e nipoti. Attorno è Mantova, è il profumo di una città antica ma non vecchia, è il Mantegna ed è Virgilio, è la sbrisolona, è una squadra di calcio in testa alla classifica di serie B, con Fabrizio Lori a capo della società.
Proibito il doppiopetto, ammesso il tabacco, al secolo la sigaretta galeotta fumata sul prato del Martelli, il capello è tipo favolosi anni Sessanta, l’addobbo è da on the road, maglioni svasati e di colori improbabili, jeans, scarpe da ginnastica dette da jogging, insomma il Fabrizio è così se ci pare, bello fresco, dentro e fuori, non il bullo o discotecaro che qualcuno immagina, non il figlio di papà che si trastulla con il football. Negativo. Il calcio è cosa seria, come la vita, grazie anche a mamma Romana.
«Tutto incominciò quando mi chiesero di sponsorizzare il Mantova con sessanta milioni. Perchè soltanto una pubblicità? E tra l’altro di un prodotto, quello della Nuova Pansac, non certo dedicato ai clienti del calcio? Ci pensai una notte, Mantova era una città dormiente, niente pallavolo, niente basket, niente calcio. Gli amici dicevano che ero matto, altri tentarono di farmi cambiare idea, sono quelli che oggi chiedono i biglietti per lo stadio. Allora decisi: presi il settanta per cento del club lasciandone, per rispetto, a Castagnaro il resto».
Per rispetto o per i debiti?
«No, nessun debito, la società era sana, gestita bene ma era in C e io avevo un impegno. Portarla in B. In un anno. Mia madre intervenne durante la conferenza stampa».
E che disse?
«Ma quale B! In due anni mio figlio la riporta in A».
Non aveva tutti i torti.
«Calma, ci penso, ci pensiamo ma siamo all’inizio e so bene che cosa sia ed è il calcio».
Diverso dall’industria. La sua, per esempio.
«Nel Novantatré mio padre se ne andò. L’azienda fatturava 120miliardi di lire e aveva 400 dipendenti, produceva sacchi industriali. Non c’era innovazione, il mercato era strozzato. Ero davanti al bivio: chiudere, delocalizzare o avere qualche idea».
L’idea e il suo spirito venivano dagli studi americani.
«Venivano dagli studi di ragioneria in Italia, poi dall’università a Los Angeles. A scuola non ero un secchione, mi infastidiva un po’ la matematica. Sognavo altro nella vita».
Per esempio?
«Di fare il tennista professionista. Lendl era il mio idolo, poi sostituito da Agassi. Un giorno, avevo dodici anni, venne da me Bollettieri, voleva portarmi in America, avevo dei numeri. Mio padre si oppose, finì lì, ho perso il treno».
Ha vinto la nuova Pansac.
«Trecento milioni di fatturato, 1500 dipendenti, 2000 con l’indotto, ho rischiato. Con gli studi degli esperti, dopo un anno di prove, nel Duemila, abbiamo creato una pellicola che permette alla plastica di respirare. E abbiamo diversificato la produzione».
È finito su «Business Week», la Nuova Pansac è leader delle imprese italiane che crescono maggiormente in Europa, il sedicesimo assoluto del vecchio Continente.
«Mi ha telefonato Montezemolo, si voleva complimentare per i risultati e per quell’articolo. Non l’avevo letto, a Mantova è difficile trovare Business Week».
Più facile trovare la «Gazzetta dello sport». Parliamo del Mantova.
«Si può conciliare l’azienda con la competitività. Devi innanzitutto tenere in considerazione il gruppo, evitare i conflitti nello spogliatoio».
Belle parole, d’accordo, poi c’è la partita, c’è l’arbitro, c’è la B, c’è la A.
«Guardi il Chievo o l’Udinese, senza spese folli hanno raggiunto risultati importanti».
Parliamo di cifre: quando guadagna un calciatore del Mantova?
«Duecentomila euro al massimo, puntualmente versati ogni mese e con una clausola».
Quale?
«Chi bestemmia paga mille euro di multa. Per ora nessuno è passato alla cassa».
A parte il tennis si sarà pure innamorato di qualche squadra o giocatore?
«La Fiorentina, quella del Trap, mi piaceva. E mi piaceva Batistuta».
Lasci i pannolini e giochi con la lampada: se potesse portare un fenomeno a Mantova?
«Ronaldinho».
Siamo seri, avete un buon numero di abbonati.
«Quattromila e duecento. Quando ci fu la festa per la promozione lo stadio era stracolmo, dissero tutti di essere pronti a sottoscrivere la tessera. Totale: quattromila e duecento fedeli, gli altri pensavano alla retrocessione, ma adesso sono caldi, vorrebbero che riaprissi gli abbonamenti. Tutti respinti al mittente. Non si fa così».
Le piacciono i suoi colleghi della Lega calcio?
«In Lega ci sono andato una volta sola, proprio il giorno della spaccatura».
È vero che lavora dall’alba alla sera?
«Qualcuno pensa che io passi le serata in discoteca. Sono finiti quei tempi, di gioventù, mi sono divertito come sanno divertirsi tutti i giovani. Ora è diverso, con le responsabilità che ho assunto, per affetto e per impegno. Alle sei ogni mattina sono pronto e le dico che qui si lavora poco. Negli Stati Uniti le ore lavorative settimanali sono 40 con 15 giorni di ferie, qui c’è gente che si lamenta per le 35 ore».
Quanto le costa il Mantova?
«Fattura sette milioni e mezzo. Si può migliorare, si deve. Guardi i ragazzi, guardi che clima c’è in giro».
Ha ragione. Avrei voglia di chiedere a Romana Lori quanti pannolini abbia usato per Fabrizio. Decisivi sul fatturato.