L’ultima trincea

L’agonia civile di Napoli ormai ferisce e inquieta senza più stupire. Tutto è accaduto e tutto continua ad accadere con atroce monotonia, come se giorno dopo giorno la città, che pure ha risorse e speranze, s’inabissasse nelle voragini del sottosuolo delle quali non s’intravede il fondo. Assistiamo sgomenti a questa discesa all’inferno e non lenisce la sofferenza il dibattito che si è aperto sul clima di violenza e di illegalità che regna nell’ex capitale del Sud. A Napoli s’incrociano, e si potenziano, fenomeni vecchi e nuovi, dalla camorra alla criminalità giovanile, dal diffuso disprezzo della legge alla «guerra dei cassonetti», che è un concentrato di fallimenti amministrativi e di ribellismo urbano. Sugli scenari degli omicidi – commessi da camorristi o da sedicenni col coltello in tasca, o da commercianti esasperati dai rapinatori – si levano i fumi grevi dei rifiuti: un paesaggio veramente infernale. Ma la «specificità nera» di Napoli da molti viene rifiutata: la realtà partenopea, in fondo, sarebbe specchio d’Italia al pari di altre città che, anche al Nord, coltivano, come dice il procuratore capo di Napoli Giandomenico Lepore, «le loro ombre». «Che da Milano a Napoli, al di là delle statistiche – prosegue il magistrato – sono legate alla devastante cultura del consumo». Sarà colpa del consumo, chissà, ma la teoria non convince. Anche Brescia, mesi fa, per una singolare coincidenza dei trigoni astrali e criminali, ha conosciuto una settimana di sangue, con quattro morti, ma nella città lombarda non c’è la camorra che spadroneggia, i cassonetti non bruciano, non ci sono bande di scippatori e di rapinatori minorenni che ammazzano per un motorino, non ci sono folle di donne che attaccano le forze dell’ordine per impedire l’arresto di qualche spacciatore.
Napoli è un caso ormai intollerabile ed è per solidarietà nazionale e per rispetto dei napoletani onesti che nessuno può lavarsene le mani.
Che fare? Quando, all’inizio del 2005, la guerra di camorra divenne una mattanza degna di una città sudamericana del narcotraffico l’allora ministro dell’Interno Pisanu sfornò rapidamente un piano di potenziamento delle forze dell’ordine che ottenne discreti risultati. Ma l’esperienza dimostra che tutti gli attacchi, anche quelli della legge, perdono progressivamente intensità, fino ad esaurirsi. Le «emergenze criminalità» funzionano così: un grande sforzo iniziale dei «nostri», la malavita che arretra; poi, quasi impercettibilmente, la situazione tende a tornare quella di prima.
Adesso, da più parti, si torna a proporre l’impiego dell’esercito per rendere più visibile la presenza dello Stato a Napoli, per aumentare i livelli di sicurezza, per rincuorare tutti coloro che non tifano per i criminali. Ma è a questo punto che scattano vecchie riserve mentali, radicati disgusti ideologici e il desiderio segreto di non dover confessare – è il caso di molti amministratori locali – fallimenti e colpevoli inadempienze. Questa volta Antonio Bassolino, governatore della Campania, non si oppone all’invio di uomini dell’esercito, non è entusiasta, ma prende atto della situazione. Qualche mese fa il sindaco Rosa Russo Iervolino, però, disse di essere contrario all’arrivo dei soldati. Oggi non prende posizione, afferma che la repressione e il controllo del territorio sono importanti, ma non meno rilevanti sono le radici sociali e culturali del malessere napoletano. Altri insistono, tuttavia, sulla necessità di non «militarizzare» Napoli. In verità, a chi potrebbero far paura i soldati? Non si tratta di decretare l’ottocentesco «stato d’assedio», si tratta di far presidiare certe zone e certi obiettivi ai militari per liberare uomini e risorse da destinare alle investigazioni.
C’è chi teme che la «militarizzazione» presunta potrebbe danneggiare l’immagine e la vocazione turistica di Napoli, ma c’è soprattutto una sinistra che teme che con l’invio dei soldati venga formalmente dichiarata la bancarotta della sua gestione di Napoli e di altre aree campane. Per qualche anno, Bassolino e i suoi compagni, compreso l’attuale sindaco della metropoli, hanno diffuso e accreditato la leggenda di un «Rinascimento napoletano», dovuto appunto a un speciale mix di governo della sinistra: cultura, «eventi», una visione più «sociale» della cosa pubblica, una vocazione più pedagogica nell’organizzazione dei servizi. Una cortina fumogena. Il Rinascimento purtroppo non c’è stato, la gestione delle sinistre non ha sanato Napoli. E torniamo a discutere dell’invio dei soldati.