L’ultima verità su Edoardo: "Ucciso da un complotto" Scriveva: "Ho tanta paura"

Il giallo Agnelli jr. Un suicidio pieno di segreti, l’ombra dell’islam, una serie di lettere strane. Un libro riapre il caso. In "Ottanta metri di mistero" raccolte decine di testimonianza. E troppi silenzi

Sostiene Giuseppe Puppo che sulla morte di Edoardo Agnelli non è stata detta tutta la verità. Forse. Lo scrive in un libro, edito da KOINè, dal titolo «Ottanta metri di mistero, la tragica morte di Edoardo Agnelli». Centosettanta pagine di testimonianze raccolte dal giornalista scrittore leccese, Giuseppe Puppo, appunto, scosso improvvisamente nel febbraio dell’anno scorso, dalla storia amara dell’eredità della famiglia Agnelli, della causa intentata da Margherita: «Mi tornarono alla mente le voci, gli articoli, le illazioni fatte al tempo della morte di Edoardo, quello che riportarono certi siti internet, il suicidio misterioso, la lotta di potere, l’esclusione del figlio da ogni ruolo. Per sei mesi ho raccolto testimonianze di amici, parenti, altre figure per riscrivere i fatti di quel giorno, il quindici di novembre dell’anno duemila. Mi sono chiesto: come mai per la morte di lady Diana sono stati scritti mille articoli, trenta libri e svolte due inchieste una in Inghilterra, un’altra in Francia mentre per Edoardo il caso si è chiuso in quarantotto ore».
Ecco il riassunto di un libro che gode della prefazione di Ferdinando Imposimato, magistrato campano, presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione, giudice istruttore di drammatici processi ai terroristi, dall’omicidio di Moro all’attentato a Giovanni Paolo II. Imposimato registra, non si schiera ma lascia aperta la porta all’ipotesi che qualcosa di diverso, da quello registrato ufficialmente agli atti, possa essere accaduto. Il libro di Puppo riaccende la luce nelle zone buie, che sono molte, direi troppe e sulle quali nessuno ha mai voluto veramente fare chiarezza, confermando il sospetto o la teoria che qualunque vicenda riguardi o sfiori la famiglia più importante d’Italia sia destinata a smarrirsi nel silenzio. Così non vorrebbero alcuni personaggi avvicinati dall’autore, così non vuole Marco Bava, analista finanziario, amico di Edoardo, convinto che il suicidio sia una copertura e l’omicidio la verità, così il medico legale di turno, il dottor Carlo Boscardini che si chiama fuori da quel pomeriggio tragico con il titolo «Io non c’ero», scaricando ogni responsabilità del certificato di morte sul dottor Marco Ellena, suo superiore gerarchico, che compilò il referto con alcune imprecisioni dovute alla fretta, forse, le tracce di terriccio tra le mani del giovane Agnelli, difficili da spiegare per chi era piombato da un’altezza di 90 metri, così come i mocassini ancora ai piedi. Sceglie il silenzio il medico del 118, accorso per primo sul posto, non risponde alle domande di Puppo.
E ancora, la strana e ingiustificata assenza degli «angeli custodi» delle guardie del corpo di Edoardo Agnelli, le due ore trascorse da quando uscì di casa alle 7 e un quarto per arrivare, dopo sessanta chilometri, sul viadotto di Fossano; le telecamere a circuito chiuso, di casa Agnelli, le cui immagini non sono state mai riviste; il traffico telefonico sui due cellulari lasciati a bordo della Croma prima dell’epilogo, la totale assenza di testimoni alle 9 del mattino lungo un tratto stradale che registra il passaggio, a quell’ora, di almeno otto vetture al minuto, l’abbigliamento di Edoardo Agnelli, il pigiama sotto la camicia; l’assenza di impronte digitali sulle portiere e a bordo della Croma, la sepoltura affrettata, l’esame autoptico mancante; e come una nuvola grigia, fastidiosa sopra questo scenario già angosciante, la tesi di un complotto sionista che troverebbe la giustificazione nell’adesione nel 1974 di Edoardo all’Islam e sulle conseguenze che questa sua scelta avrebbe avuto sul futuro dell’azienda e del patrimonio Fiat, di cui, lui, sarebbe stato erede. Tesi lanciata in Iran subito dopo la morte di Edoardo (al quale nel novembre del duemila e cinque è stata intitolata una piazza di Khomein città natale dell’ayatollah e l’aula magna dell’università Al Zahra di Teheran), tesi costruita sul dissidio «religioso» e non soltanto con l’altro ramo di famiglia, gli Elkann legati al mondo ebraico, tesi smentita tuttavia dal profondo rapporto che legava Edoardo a Margherita, ribadito dalle lettere numerose, accorate nelle quali il fratello confessava il proprio disagio: «...Margi sono felice ma un poco in tensione. Papà mi ha parlato di alcuni lavori e di certi progetti dei quali, lo confesso, nel particolare ho capito ben poco. Oppure ho capito troppo bene e ora ho paura di avere inteso una canzone stonata. Lo sai bene che la mia mente vola alta sopra le megalopoli industriali e, osservando con attenzione sotto, vedo poco di buono e tantissimo da trasformare... Vorrei che papà mi stesse vicino per accompagnarmi lungo i primi passi del percorso che, immagino, sarà lungo e assai impegnativo. Mi auguro proprio che questo accada, anche se pensandoci provo un disagio simile alla paura».
E in un altro scritto Edoardo parla del proprio impegno in Fiat, dell’idea di affidare le competenze a una persona, sembra Marco Bava appunto che ne curava il profilo economico: «Se il potere della nostra famiglia cadesse nelle mani sbagliate sarebbe una cosa estremamente pericolosa per questa nazione... Mio padre si è comportato benissimo fino ad oggi. Ma se non imposta la propria successione in maniera corretta anche lui dovrà rispondere delle proprie azioni e dare le sue spiegazioni davanti a Dio. Questo se lo deve mettere in testa». E infine il rifiuto di firmare una sorta di rinuncia ai diritti di «Dicembre» la società finanziaria della famiglia (che controllava l’intero mondo Agnelli), in cambio di benefici economici. Ma chi può dimenticare i problemi esistenziali di Edoardo? La droga, i viaggi in India, le improbabili lettere scritte ai capi di Stato di ogni dove? Il suo carattere ora solare ora buio? Resta il mistero, il libro di Puppo riapre interrogativi. Come in questi otto anni, ricadranno nel silenzio.