L’ultima vittima dell’Andrea Doria

Vi ricordate il caso di quel ragazzo palestinese di dodici anni che il 30 settembre 2000, due giorni dopo lo scoppio della seconda Intifada, restò ucciso in uno scontro a fuoco tra soldati israeliani e miliziani palestinesi a Gaza? Se ci pensate un attimo, nella vostra mente scorreranno le immagini del padre, rannicchiato dietro un bidone, che cercava di proteggere il figlio. Ma alla fine piangeva sul corpo esanime del ragazzo, colpito a morte dagli israeliani.
Il ragazzo si chiamava Mohammed Al Dura e quelle riprese televisive fecero il giro del mondo provocando ovunque indignazione e sgomento. Si arrivò al punto che Bagdad intitolò una delle sue strade principali alla piccola vittima dell'eterno conflitto arabo-israeliano, in Marocco gli venne dedicato un parco, la Tunisia emise un francobollo con il suo nome e Bin Laden, il principe dei terroristi musulmani, parlò di lui in un discorso.
Ebbene quel ragazzo non è mai morto, suo padre non cercò affatto di proteggerlo con il proprio corpo e tutta la scena fu soltanto una montatura per screditare gli israeliani.
A svelare il complotto è stato un cittadino francese, Philippe Karsenty, fondatore dell'agenzia Media Rating, il quale denunciò France 2, e il suo corrispondente Charles Enderlin, cioè coloro che avevano fatto le riprese, di aver manipolato le immagini. E infatti il 14 dicembre 2007, durante l'udienza in tribunale a Parigi, la verità infine venne a galla.
Questa incredibile storia di falsità mediatiche create intenzionalmente per «vendere» la favola degli oppressori cattivi (gli israeliani) che martirizzano un popolo indifeso (i palestinesi), è raccontata nel libro «Israele, verità e pregiudizi - I media italiani e la seconda Intifada. Disinformazione e mistificazioni» di Giuseppe Giannotti, pubblicato in questi giorni da De Ferrari Editore. Giannotti, in quanto giornalista del quotidiano Il Secolo XIX, è del mestiere. Sa dunque riconoscere un articolo obiettivo da un resoconto artefatto. Ed è per questo che, da attento osservatore della questione mediorientale, ha voluto scrivere un libro nel quale si denuncia, prove alla mano, che i media italiani in moltissimi casi hanno manipolato intenzionalmente la verità per colpevolizzare gli israeliani a beneficio dei palestinesi. Come egli stesso specifica nella sua introduzione, ha preso in esame «principalmente i resoconti dei due quotidiani più diffusi in Italia, Corriere della Sera e Repubblica, mettendo a confronto titoli, articoli, commenti e fotografie, allargando in certi casi l'analisi ad agenzie e altri organi di stampa».
Il risultato è impietoso, perché ne esce l'immagine di una stampa italiana fortemente partigiana verso i palestinesi e colpevolista contro gli israeliani, dipinti sempre come feroci assassini e tirannici oppressori. La verità sui media italiani viene ripetutamente stravolta e adattata, di volta in volta, per favorire i palestinesi. A prescindere, appunto, da ciò che è effettivamente accaduto. Secondo Giannotti, che riporta i testi degli articoli incriminati, chi ne esce peggio è Repubblica la cui linea politica non si smentisce mai, neppure quando palesemente i fatti danno ragione agli israeliani. Un esempio è quanto accadde il 21 maggio 2008, quando la Corte d'Appello di Parigi ha assolto Karsenty dall'accusa di diffamazione nei confronti di France2 e del suo corrispondente da Gerusalemme, Enderlin, ritenendo invece credibile l'ipotesi di una messa in scena preparata per i giornalisti quel giorno. Quella notizia non ha mai trovato spazio nei giornali italiani.
Ma un'altra grossa vergogna per un certo giornalismo italiano è il linciaggio di due soldati israeliani a Ramallah il 12 ottobre 2000. Si trattava del caporale Vadim Norzhich, immigrato dalla Russia, e del sergente maggiore Yossi Avrahami, uccisi barbaramente a colpi di spranghe e bastoni da una folla di palestinesi inferociti che, dopo averli buttati dalla finestra, ne hanno pure incendiato i corpi. Una troupe televisiva del TG4, con la giornalista Anna Migotto, riesce a nascondersi e a riprendere il linciaggio che poi fu trasmesso su Studio Aperto (Italia 1) e Tg4 (Rete 4). Quel filmato venne poi donato all'Ambasciata di Israele a Roma che lo passò alle televisioni di tutto il mondo. Dalle riprese gli israeliani riuscirono ad identificare e arrestare otto palestinesi coinvolti nel linciaggio. Ebbene qualche giorno dopo, il 16 ottobre 2000, nel quotidiano palestinese Al Hayat al Jedida, appare una lettera nella quale Riccardo Cristiano, corrispondente della Rai da Gerusalemme, si scusa con i suoi «cari amici di Palestina» per le riprese fatte dalla troupe di Mediaset, sostenendo inoltre che la Rai non si comporta in quel modo «(ossia nel modo che non lavoriamo come le altre reti televisive). Non facciamo e non faremo cose del genere». Cristiano venne rimosso dal suo incarico (divenne Vaticanista), fu aspramente criticato dal Corriere della Sera, ma difeso da Repubblica che ne sottolineava la competenza. Nel suo libro «L'ossessione antisraeliana» Edoardo Tabasso giudicò il comportamento di Cristiano «la Caporetto dell'informazione italiana».
Ma non finisce qui. Altri esempi rendono questo libro uno dei più interessanti per comprendere come funziona realmente il giornalismo italiano all'alba di questo nuovo millennio.
«Israele, verità e pregiudizi» di Giuseppe Giannotti, De Ferrari Editore, 199 pagine, 16 Euro.
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