L’ultimatum di Bush dopo il «no» dell’Iran

La diplomazia Usa riesce a garantirsi spazi di manovra all’Onu e a disinnescare il veto di Russia e Cina

Gian Micalessin

Non è ancora scacco matto, ma le mosse non sono più molte. Teheran lo sa e cerca una via d’uscita tra l’abisso del «no» totale e i declivi di un «ni» aperto a futuri compromessi. A Vienna i ministri degli Esteri dei Paesi membri del Consiglio di sicurezza - affiancati dalla Germania e dal responsabile della politica estera dell’Unione Europea – hanno raggiunto ieri il fatidico accordo sul testo della risoluzione e sulle sanzioni con cui punire un mancato dietrofront iraniano sulla questione nucleare. Secondo alcune indiscrezioni, il testo della risoluzione prevede sanzioni diplomatiche e commerciali, ma evita qualsiasi specifico riferimento a quell’articolo 7 dell’Onu che prevede anche l’uso della forza. Questo compromesso garantirà a Mosca e a Pechino la necessità di ulteriori consultazioni del Consiglio di sicurezza per varare un eventuale intervento armato contro Teheran.
Incoraggiato dai risultati di Vienna guidati con mano sapiente dal suo segretario di Stato Condoleezza Rice, il presidente George W. Bush sente odor di successo e scende allo scoperto per guidare l’offensiva diplomatica e mettere Teheran con le spalle al muro. «La scelta spetta agli iraniani», ricorda il presidente americano reagendo al «no» con cui Teheran ha rifiutato la sospensione delle attività di arricchimento, condizione indispensabile fissata da Washington per una partecipazione diretta al negoziato nucleare.
«Appoggiamo un dialogo corretto e imparziale, ma non possiamo mettere in discussione i nostri innegabili e legittimi diritti», aveva detto il ministro Manoucher Mottaki respingendo la proposta di Washington. «Vedremo se questa resterà l’irremovibile posizione del loro governo - gli risponde a brevissimo giro di posta Bush –, ma se questo è quello che vogliono il prossimo passo sarà presso il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite».
Bush parla come un giocatore certo di poter chiudere la partita. Una certezza regalatagli ovviamente anche dai risultati del vertice di Vienna. La riunione deve, in teoria, solo approvare gli incentivi messi a punto dall’Unione Europea per favorire una posizione iraniana più conciliante e le punizioni con cui sanzionare un suo rifiuto. In verità l’incontro dei Cinque più Due a Vienna è l’atto finale della complessa tela diplomatica tessuta dagli Stati Uniti per garantirsi spazio di manovra al Consiglio di Sicurezza e disinnescare il veto di Russia e Cina. La disponibilità americana a negoziati diretti con l’Iran al fianco di Londra, Parigi e Berlino risponde alle richieste di maggior disponibilità sostenute da Mosca. Washington ha accettato di esaudirle, dopo settimane di trattative, esigendo in cambio il sì russo a eventuali sanzioni in caso di fallimento del negoziato.
Non a caso Bush riferisce un colloquio telefonico con il presidente russo Vladimir Putin e chiarisce di attendersi, in caso di posizione iraniana «ostinata», una partecipazione russa alle decisioni del Consiglio di sicurezza. «Ho ricevuto – spiega Bush – una risposta positiva dal presidente, che mi assicura di comprendere la nostra strategia e di concordare sulla necessità di risolvere la questione per via diplomatica». La Casa Bianca sembra dunque certa di aver spinto l’Iran a un bivio costringendo Teheran a scegliere tra due strade obbligate. Da una parte la risoluzione di condanna e le sanzioni del Consiglio di sicurezza garantite anche dall’appoggio russo, dall’altra la sospensione di ogni attività nucleare seguita dagli incentivi europei e dai negoziati diretti con gli Stati Uniti.
L’ottimismo americano contiene però ancora qualche incertezza. La principale riguarda i cinesi. Quando i giornalisti gli chiedono se Putin e il suo omologo di Pechino Hu Jintao appoggino un’eventuale risoluzione di condanna, Bush si limita a dire di avere parlato con entrambi. Dunque, mentre Mosca sembra pronta a seguire Washington, Pechino non molla ancora l’alleato iraniano.
Teheran, secondo alcuni osservatori, potrebbe sfruttare il residuo appoggio cinese per trattare una sospensione dell’attività nucleare che le permetta di non smantellare le centrifughe di arricchimento pur senza rifornirle. Il compromesso consentirebbe a Teheran di riprendere immediatamente l’arricchimento in caso di fallimento delle trattative dirette con gli Stati Uniti.