L’ultimo abbaglio di Prodi: «Ci salverà il sole»

Ma anche aumentando di 20 volte la produzione si otterrebbero solo 60mila kW

Antonio Signorini

da Roma

Niente nucleare, almeno fino a quando la scienza non avrà trovato il modo di sfruttare l’atomo senza rischi. «Ne riparliamo tra 20 anni». Meglio puntare sull’energia solare riempiendo i tetti delle nostre città con pannelli fotovoltaici. Romano Prodi ha indicato la ricetta del centrosinistra su uno dei temi chiave per lo sviluppo dell’Italia nel corso di un convegno di Legambiente dedicato al protocollo di Kyoto. Se l’Unione andrà al governo - ha annunciato raccogliendo l’entusiasmo degli ambientalisti e lo scetticismo degli addetti al settore - punterà sul risparmio energetico e sulle fonti rinnovabili, in primo luogo sul sole. Una ricetta in perfetto stile anni Settanta e con un obiettivo ambizioso: arrivare al livello di sviluppo del Paese che al mondo ha investito di più nell’energia solare.
Un salto tecnologico e culturale che non spaventa il candidato premier della sinistra. «Nessuno propone obiettivi impossibili, ma almeno dobbiamo arrivare al livello della Germania», ha detto Prodi nel tentativo di smorzare i dubbi espressi dall’amministratore delegato dell’Enel Fulvio Conti, anche lui all’assise di Legambiente. In altre parole la produzione di energia solare secondo Prodi dovrebbe aumentare di quasi 20 volte, passando dagli attuali 3mila kW all’anno a 60mila. Se invece l’obiettivo è quello di raggiungere la quota di solare rispetto alle altre forme di energia raggiunta dai tedeschi (tra l’uno e il due per cento) allora l’Italia dovrebbe decuplicare il suo impegno. Il Professore ha un mito: il protocollo di Kyoto. «Per Kyoto - ha detto - ho combattuto come militante. E Kyoto dev’essere l’obiettivo del governo di centrosinistra. Se non cominciamo con Kyoto non so dove si va a finire».
L’idea di riempire la penisola di pannelli non ha convinto Conti: «Germania e Giappone non hanno città medievali da proteggere». In sostanza per il numero uno dell’Enel in quei Paesi c’è un diverso modello di urbanizzazione più adatto a ospitare i pannelli solari rispetto ai nostri centri storici. «Non è vero - ha replicato Prodi - che c’è un problema di urbanizzazione. Ci sono le parti nuove delle città, le parti industriali. Io non ho avuto il tempo, altrimenti avrei messo i pannelli solari anche sul tetto della Fabbrica del programma, un brutto capannone fuori Bologna che vedrei bene con tanti pannelli solari sul tetto. Mezza Italia è fatta così».
Tutti d’accordo, invece, sugli impianti di rigassificazione. Centrali che usano il gas liquido. «I rigassificatori - secondo Prodi - sono una cosa seria».
Il leader del centrosinistra è tornato anche sul suo passato filonucleare e ha spiegato di nuovo perché oggi non è più pro-atomo. Ha ad esempio raccontato che quando era presidente della Commissione Ue interpellava continuamente «gli scienziati per sapere se c’era qualcosa di nuovo su rifiuti e sicurezza intrinseca degli impianti. Loro dicevano di no, che ci vorranno 20-25 anni. A quel punto io ho risposto: non mi interessa, teniamo i presídi di ricerca e tra 20-25 anni ne riparliamo...».
Nessuna abiura del suo «no» al referendum che sancì la definitiva rinuncia dell’Italia alle centrali. Abbandonare il nucleare, dice Prodi, «fu un errore». Però, precisa, «rimpiangere le decisioni di 30 anni fa non mi sembra intelligente, e poi non si può dimenticare Chernobyl».
Dichiarazioni che non sono piaciute a chi, soprattutto nel centrodestra, è ancora a favore del nucleare. «Atomo tra vent’anni? Perché non ne riparliamo tra cento?», ha ironizzato il vice ministro delle Attività produttive Adolfo Urso. I Verdi, invece, incassano la vittoria e approfittano delle parole di Prodi per chiedere «una sterzata reale nel programma della coalizione».