L’ultimo addio della terra ferita

nostro inviato a L’Aquila

Da ieri pomeriggio, un gran trascorrere di nuvole nere nel cielo ingrato d’Abruzzo. E pioggia. E una temperatura improvvisamente brusca, dopo il caldo dei giorni scorsi. Sarà così anche stamani, hanno detto quelli del servizio meteo. Dunque avremo una scena a suo modo perfetta per un Venerdì santo, e per la via crucis dei povericristi che hanno perso figli, mogli, mariti, familiari e che oggi, per sovrammercato, dopo aver tenuto alla larga giornalisti e fotografi che li avevano inseguiti fin sulla soglia dell’obitorio, dovranno rassegnarsi a vedere le loro facce proiettate nell’etere da uno schieramento impressionante di telecamere ad alzo zero.
Va in scena, sul vasto piazzale della Scuola ispettori e sovrintendenti della Guardia di finanza di Coppito, alle porte della città, il rutilante funerale di Stato per le vittime del terremoto. Ma le bare che si vedranno allineate sotto il motto della Gdf che sorveglia la piazza d’armi saranno un centinaio. Forse centotrenta. Forse centocinquanta. I familiari di un’ottantina di vittime - ma forse oggi si supererà quota cento - hanno detto no grazie. No alle telecamere, no alla sfilata di autorità, no alla pompa, no ai presidenti di Camera e Senato, no a Rosy Bindi, perfino; no all’ennesima foto sui giornali. Non per polemica. Non per mancanza di rispetto nei confronti del capo del governo, dei ministri, dell’arcivescovo, dei generali. Di polemica non vi è traccia. È che molti non se la sono sentita di affrontare il palcoscenico. L’abruzzese è forte e gentile, ma la ribalta gli dà un po’ d’orticaria. Sicché, molti si sono presi i loro morti, se li sono portati nella loro parrocchia, hanno chiamato un prete amico che dicesse due parole magari un po’ meno eleganti, meno rotonde e meno stentoree di quelle che sentiremo stamani; ma certo più calde, più autentiche. E sono andati a seppellire i loro cari nel cimitero della città e nei cimiterini dei paesi che hanno pagato il loro tributo alle potenze ctonie di questo sottosuolo un po’ cariato che ci ritroviamo.
Sul piazzale della Scuola, davanti all’obitorio bosniaco, per grandi numeri che abbiamo descritto nei giorni scorsi, ci sono ancora gruppi di familiari che aspettano il loro turno per effettuare gli ultimi riconoscimenti. Un fiore, una preghiera, braccia di ragazzi e di uomini forti che all’uscita sorreggono mamme e nonne che portano sul viso i segni di un dolore crudele, insopportabile. Altri corpi sono alla «Cristal carni», un magazzino per lo stoccaggio di carni macellate a Poggio di Pile, di fronte al centro commerciale Aquilone.
State a casa vostra, pregate nelle vostre chiese, manda a dire la Protezione civile alla moltitudine di italiani che in proprio o in rappresentanza di enti e associazioni chiedevano ragguagli per partecipare ai funerali di Stato. L’invito è di «pregare nella propria chiesa o nella propria casa senza andare lì dove, invece, potrebbe presentarsi un problema logistico che non aiuterebbe le famiglie». Per dissuadere i curiosi e gli affetti da voluttà di presenzialismo il ministro Matteoli ha però pensate di non far pagare pedaggio agli sfollati sulle autostrade A 24 e A25, la Roma-L’Aquila e la Roma-Pescara. Ma è evidente che nessuno starà lì a controllare il pedigree da sfollato dei viaggiatori. Dunque un certo caos è assicurato.
L’altare in fondo al piazzale, l’elicottero giallo-verde sulla destra, la vecchia motovedetta sulla destra, la torretta con la campana. La scenografia della piazza d’armi della scuola dei finanzieri è questa. Spoglia, essenziale. Le altre torrette sono quelle montate dai tecnici della Rai, che trasmetterà in diretta la cerimonia a partire dalle 10.50. Niente interruzioni pubblicitarie, per una volta, in questa giornata di lutto nazionale, sui canali della Rai. Gli italiani che si riuniranno intorno agli schermi per dire una preghiera in memoria di questi poveri morti apprezzeranno.
Papa Benedetto XVI manderà il suo segretario particolare e il Segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone, a presiedere il rito di suffragio. Poi, quando la cerimonia si sarà conclusa, ci sarà un breve rito islamico, per rispetto delle 6 vittime musulmane del terremoto.
Sulla verticale della Scuola, un frenetico rincorrersi di elicotteri. Perché c’è anche una complicata faccenda che si chiama sicurezza, e dunque strade da chiudere, altre da presidiare, staffette da dislocare, autorità da veicolare senza intoppi. Fra queste, anche il sindaco dell’Aquila, il ds Massimo Cialente, quello che nei mesi e nelle settimane che hanno preceduto il disastro si sbracciava per rassicurare i suoi concittadini, garantendo che le scosse che scuotevano il territorio non avevano niente a che fare col terremoto. Si è visto, difatti. Ora è qui, anche lui sul piazzale, circondato dai cronisti. Continua a parlare, impavido. Colgo frammenti di una cicaleccio da Transatlantico, da passi perduti... «La partita si gioca in Europa... Ci aspettiamo fondi e una normativa che crei una zona franca transitoria dal punto di vista fiscale... Attirare investimenti... La new town non ha senso... ».
Chiacchiere in libertà. Incongrue, fuori contesto, premature nel momento in cui si sta decidendo se i familiari staranno accanto alle bare o dietro. Dunque, sindaco permettendo, vorremmo chiudere questa corrispondenza con la lettera che il movimento sciita degli Hezbollah, quello dello sceicco «terrorista» Hasan Nasrallah, ha recapitato al nostro ambasciatore a Beirut.
«Abbiamo appreso con dolore le notizie che riguardano il terremoto subito dalle vostre città - si legge nella lettera pubblicata da un’agenzia di stampa libanese - in cui diversi cittadini hanno perso la vita. Vogliamo porgere le nostre condoglianze e la nostra vicinanza in particolare a quelle città terremotate che sono gemellate con le nostre città libanesi e ringraziare gli italiani per il sostegno che ci hanno dato quando abbiamo subito drammi come quelli della guerra con Israele nel 2006». Ecco, anche gli Hezbollah sembrano più in tono con il momento.