L’ultimo atto della soprintendente

È inaudito che a una mostra seria, frutto dei lunghi studi di un valoroso studioso, l'amministrazione dello Stato risponda con un arrogante sberleffo, pur all'apparenza, sostenendolo. Mi riferisco alla mostra Tiziano, l'Ultimo atto, appena aperta in Palazzo Crepadona a Belluno. Lo studioso è Lionello Puppi, carico di gloria accademica e grande ricercatore di fonti d'archivio.
Bellissima l'idea di riportare entro lo scenario delle montagne in cui Tiziano era nato, la testimonianza della sublime impresa della sua estrema maturità d'artista: l'ultimo atto, appunto. Ed è proprio per questa dimensione letteraria, che ricorda gli appassionati studi di Neri Pozza, che l'impresa di Puppi meritava di essere onorata. E lo ha fatto la Provincia di Belluno, in collaborazione con l'amministrazione comunale, per l'impegno del presidente Sergio Reolon, affiancato dal sindaco Antonio Prade e dalle due assessore alla Cultura Cladia Bettiol e Maria Grazia Passuello.
Per la solenne occasione, il ministro benedicente, in trasferta a Vicenza, annunciando una prossima visita, aveva delegato alla inaugurazione il sottosegretario Danielle Mazzonis, donna colta e sottile. Ad accrescere l'impegno per la ragguardevole iniziativa, è stato chiamato dall'empireo delle grandi firme dell'architettura internazionale, Mario Botta, affidandogli la difficile impresa di allargare gli spazi angusti del Palazzo Crepadona. L'architetto, prendendo a cuore la difficile impresa non ha soltanto definito un agile percorso per libri, documenti, oggetti, disegni di Tiziano e dei suoi allievi e derivati, ma ha creato un enorme vano entro il cortile del Palazzo come un salone di respiro monumentale per accogliere tre dipinti. In questo ambiente si faceva un gran parlare di Rutelli perché sembrava che il ministro avesse promesso a Botta, contro il diverso parere dei funzionari della Soprintendenza, di lasciare la nuova struttura, oltre il periodo della mostra come allestimento per iniziative future nei prossimi cinque anni. All'uopo il ministro, e me lo ha confermato, meditava di firmare un decreto.
Peccato che, in una così impegnativa realizzazione e con tanti laboriosi contributi politici, amministrativi, architettonici e di ricerca, mancassero le opere di Tiziano. Non è, si badi, una polemica; e neppure che mancassero opere problematiche e interessanti. Ma mancava, e manca, il capolavoro; in un tempo così fertile e misterioso per il pittore, il vero e proprio «ultimo atto»: la Pietà delle Gallerie dell'Accademia di Venezia, ultima opera dell'artista compiuta da Palma il Giovane. Un capolavoro di carattere umano prima che pittorico e che nessuna ragione, né di conservazione, né di necessità per il percorso museale, impediva di muovere da Venezia. Ma non sarà sfuggito, agli intendenti, che fra gli studiosi che hanno collaborato con Puppi, o che sono stati cooptati nel Comitato Scientifico, non vi è Giovanna Nepi Scirè, Soprintendente adusa a considerare il patrimonio pubblico come sua proprietà privata, disponendone non per finalità utili per gli studi o per la conoscenza, ma per poterne disporre in mostre e mostricine curate dal suo museo, le Gallerie dell'Accademia. Che poi Tiziano sia rappresentato in modo scarso e insufficiente, senza prestiti della più importante raccolta di opere d'arte del Veneto, l'Accademia appunto, nella città di quello che ne fu l'ultimo e più illustre Soprintendente, Francesco Valcanover, ha il sapore di una beffa. Valcanover era di Belluno e, nel 1951, giovane ispettore, curò la bella mostra Dei Vecellio.
A distanza di più di mezzo secolo, a Puppi non è stato consentito. Né il ministro Rutelli, così ammirato di Botta, ha avuto il decoro e la volontà di aiutare la città dove tante persone operose hanno inteso onorare il loro più illustre artista, imponendo all'Accademia la doverosa, rispettosa e civile collaborazione, né c'è da stupirsene. La stessa Nepi Scirè, facendosi beffa del ministro, aveva resistito alla richiesta di prestito del San Sebastiano di Andrea Mantegna acquistato dal barone Fianchetti alla fine dell'Ottocento e sistemato in una patetica griglia nel nuovo allestimento della Ca' D'Oro. Ma durante le celebrazioni del Mantegna sarebbe stato vano cercarlo, se non in mostra, a Padova, Verona, o Mantova, ma nella sua stessa sede, alla galleria Francetti alla Ca' D'oro per evitare il rischio del prestito, e consentire a un milione di visitatori di poter vedere il capolavoro, la Soprintendente lo aveva avviato al restauro, per usarlo come cosa sua in una prossima occasione, magari per onorare quel Valcanover, oggi irriso.
Con un tradimento dello Stato e una sottrazione al patrimonio pubblico la Nepi Scirè aveva allegato argomentazioni risibili false e infondate: essere, cioè, difficilissimo il restauro, che risultava già compiuto il 14 maggio, agli occhi di visitatori esperti, nel laboratorio del restauratore, e a più di un mese dall'apertura della mostra. Vani i tentativi del direttore generale Giuseppe Proietti a far restituire l'opera al pubblico godimento. Né so, ora, a distanza di un anno da quelle mostre, se l'opera sia tornata nella sua sede. Per quanto riguarda Tiziano, e questa sofferta mostra, la mancanza del contributo della soprintendenza di Venezia (anche con importanti dipinti delle chiese come l'Annunciazione di San Salvatore o la pala di San Sebastiano) e l'assenza della Pietà dell'Accademia sono un danno grave per questa iniziativa coraggiosa e ammirevole.
E comportamenti tanto sconvenienti di pubblici funzionari sono dannosi per l'immagine dello Stato, del ministero e della città di Belluno davanti ai visitatori italiani e stranieri della mostra. Non credo che Londra avrebbe riservato, come è toccato a Puppi, un analogo trattamento a un illustre studioso come Denis Mahon, venerato anche in Italia. Probabilmente per ringraziare il cielo di non essersi occupato di pittura veneta.
Vittorio Sgarbi