L’ultimo colpo della «dama di ferro» della finanza

da Milano

Classe 1957, tre figli, da cinque anni alla guida del London Stock Exchange, Clara Furse si è guadagnata la fama di «dama di ferro» della finanza britannica: dal 2004 a oggi ha respinto cinque offerte sul listino britannico, di cui almeno un paio ostili. Un percorso di eccezione per la prima donna scelta per guidare la Borsa di Londra in 300 anni di vita. Un percorso tanto più rilevante se si pensa che fino a metà degli anni 70 le donne non potevano diventare neppure operatori di mercato.
La Furse (origini olandesi, nazionalità canadese, cinque lingue parlate alla perfezione) ha fermato i tedeschi di Deutsche Börse (due volte) gli australiani di Macquarie, i franco-belgi-olandesi di Euronext, e per ultimi gli americani del Nasdaq. A tutti i pretendenti ha detto di non considerare sufficienti le offerte ricevute. E nel frattempo, in un paio d’anni o poco più, il valore delle azioni Lse si è triplicato mentre i risultati sono migliorati di trimestre in trimestre. Nel suo passato un unico neo che, secondo i suoi critici, la Furse deve farsi ancora perdonare. Nel 2002, appena nominata alla guida della società, si fece sfuggire il mercato dei derivati, il Liffe, messo in vendita dai proprietari di allora che finì in mano ai rivali di Euronext. Senza quell’errore la Borsa di Londra, dice qualche analista, sarebbe diventata così potente che un’offerta ostile sarebbe stata impensabile.
Oggi è lei, insieme al presidente della società britannica Chris Gibson-Smith a tenere i fili del negoziato con Massimo Capuano e gli uomini di Borsa italiana. La sproporzione di forze in campo appare evidente: la capitalizzazione di mercato delle società quotate a Londra (poco meno di 4mila miliardi di euro) è quattro volte quella delle società quotate a Piazza Affari.
Diverso anche il modello di business: Londra ha preferito puntare sulle attività di puro trading (gli scambi veri e propri). Nel recente passato la scelta di Milano è stata un’altra: la piazza milanese (in Europa ha fatto altrettanto Deutsche Börse) ha mantenuto «in casa» anche le attività del cosiddetto post-trading (regolamento-compensazione eccetera) . La cosa non è stata vista di buon occhio dall’autorità antitrust, per i potenziali rischi di monopolio anticoncorrenziale ma non sembra abbia inciso sui margini di efficienza e redditività del listino tricolore.