L’ultimo desiderio di Saddam: voglio essere fucilato

L’ex dittatore, ricondotto in tribunale dopo lo sciopero della fame: «Sono un militare, se mi condannate a morte niente forca»

Roberto Fabbri

Mirate al petto. Saddam Hussein vuole morire come un soldato, davanti al plotone di esecuzione, e non «impiccato come un criminale comune». Lo ha detto ieri in tribunale a Bagdad, guardando negli occhi il presidente del collegio giudicante Raouf Abdel Rahman e usando il tono perentorio dei tempi in cui in Irak non si trovava anima disposta a contraddirlo. «Qualora si trovi nella condizione di pronunciare una condanna a morte - ha scandito il quasi settantenne ex dittatore al suo ex suddito - deve ricordarsi che Saddam è un militare e che in questo caso il verdetto dovrà essere un’esecuzione per fucilazione e non per impiccagione».
Rahman non ha replicato. Il verdetto su Saddam Hussein è atteso per il mese prossimo ed è altamente probabile che sia di morte: l’ex padre-padrone dell’Irak viene giudicato per uno dei numerosi casi in cui lo si considera mandante di atrocità contro civili innocenti, il massacro di 148 abitanti di un villaggio nel quale nel 1982 era stato tentato un attentato contro la sua persona. L’attentato di Dujail fallì, ma il dittatore diede ordine di infliggere una punizione esemplare e fece compiere una strage rimasta finora impunita.
In realtà Saddam non ha mai fatto il militare in vita sua. Semplicemente, da capo assoluto dello Stato iracheno, si era autonominato comandante in capo delle forze armate. Ma la sua pretesa di affrontare il plotone di esecuzione riflette un timore che ha semmai a che fare con l’altissima opinione che l’ex despota ha sempre avuto di se stesso e che quando era al potere esigeva che ogni iracheno avesse di lui. Grande condottiero, guida della nazione araba, idolo delle masse irachene, perfino illustre letterato: Saddam pretendeva di essere tutto questo e nella sua megalomania era probabilmente anche arrivato a convincersene. Ora che ha capito che il suo destino è segnato, vuole assicurarsi che il suo rango nella Storia non sia macchiato da una fine infamante. Niente forca, dunque, anche se difficilmente sarà accontentato.
La giornata di ieri era cominciata “storta”. Saddam, indebolito da uno sciopero della fame durato due settimane, era stato ricondotto in tribunale dopo un paio di giorni di ricovero ospedaliero, nel corso dei quali è stato alimentato con flebo dal momento che continuava ostinatamente a rifiutare il cibo. Arrivato in aula brandendo una copia del Corano (capo del partito laico Baath per decenni, si è scoperto una fede religiosa negli ultimi anni, anche se non è mai parso molto convincente), si è rivolto a Rahman per protestare. «Le ho inviato una richiesta scritta spiegando che non intendevo tornare davanti alla corte, ma mi hanno portato qui contro la mia volontà e questa è un’ingiustizia. Sono in sciopero della fame dall’8 luglio», ha detto Saddam con voce piuttosto debole ma con piglio deciso.
Successivamente la seduta ha preso toni sempre più tempestosi. Gli avvocati difensori di Saddam erano assenti nel quadro di una strategia di boicottaggio del processo sempre più disperata e l’ex dittatore si è rivolto in tono sarcastico al giudice capo: «La metà dei miei avvocati sono stati ammazzati. È troppo chiedervi di impegnarvi per proteggerli?». Poco dopo, quando uno degli avvocati nominati d’ufficio ha tentato di prendere la parola, Saddam lo ha interrotto rabbiosamente: «La sua arringa è stata scritta da un agente canadese - ha gridato -. Lei è un mio difensore o un magistrato della pubblica accusa?». Da notare che il legale non ha voluto essere filmato e ha preteso che le sue parole fossero distorte da un apparecchio che modifica il suono della voce umana. Un fatto che la dice lunga sulla paura che Saddam e i suoi simpatizzanti riescono ancora a incutere agli iracheni. Dopo tutto questo, Rahman ha aggiornato il processo a domani. Saddam potrà nuovamente prendere la parola. Intanto ha interrotto lo sciopero della fame, mangiando riso, carne e frutta.
Nella capitale le violenze continuano: altri due soldati Usa sono stati uccisi, 17 persone sono state sequestrate e cinque presunti membri di uno “squadrone della morte” sono stati arrestati dagli americani.