L’ultimo falso: «Riina tradito da Provenzano»

Ecco un altro pezzo che va a incastrarsi nel puzzle disegnato su misura per il futuro «mafioso» Silvio Berlusconi. Puzzle pianificato utilizzando le disavventure giudiziarie del generale Mario Mori (ritenuto vicino al premier sin dai tempi delle bombe del ’92) e le nuove indiscrezioni sul boss Provenzano (che erroneamente si continua a sostenere essere l’autore di una lettera scritta al Cavaliere). L’ultimo pezzo prova a incastrarlo Massimo Ciancimino, figlio di Vito, l’ex sindaco di Palermo protagonista della mai dimostrata trattativa con lo Stato autorizzata da Provenzano e sviluppata da Mori. Ciancimino junior ieri l’ha sparata grossa: «Fu l’ingegner Lo Verde (alias di Provenzano, ndr) a indicare su una mappa che gli era stata fornita dai carabinieri a mio padre la zona in cui il 15 gennaio del ’93 venne arrestato Riina». Secondo il giovane Ciancimino nel periodo delle stragi mafiose del ’92, l’ex capitano del Ros, Giuseppe De Donno consegnò a don Vito delle mappe di Palermo con la speranza che lo aiutasse a prendere Riina. A sua volta, Ciancimino senior avrebbe dato una copia al figlio Massimo affinché la consegnasse a un uomo di fiducia di Provenzano, che gliel’avrebbe ridata indietro cerchiando la zona dell’Uditore dove il boss latitante si nascondeva con moglie e figli.
Regge questa ricostruzione? Non regge, stando a De Donno e al colonnello De Caprio, alias «Ultimo», il capitano che arrestò Riina: al Giornale entrambi fanno sapere di aver dato mandato ai propri legali per querelare Massimo Ciancimino. «La verità è acquisita negli atti processuali, nelle sentenze passate in giudicato, nelle dichiarazioni di decine di pentiti» attacca De Donno. «Queste dichiarazioni - sbotta invece De Caprio - sono l’ennesima aggressione di stampo mafioso che ciò che rimane dello schieramento corleonese lancia sulla verità dei fatti, allo scopo evidente di delegittimare fedeli servitori dello Stato e legittimare Riina e lo stragismo mafioso. Sia chiaro a Riina e a Ciancimino che non ci faremo intimidire oggi così come non ci facemmo intimidire a Capaci e a via D'Amelio».
Fra gli atti giudiziari che disintegrano la versione di Massimo Ciancimino c’è la sentenza del 2006 che assolve Mori e De Caprio per la mancata perquisizione al covo di Riina. Verdetto non impugnato dal pm Ingroia, che oggi indaga a fondo sulle rivelazioni di Ciancimino. Verdetto che rifà la storia della cattura di Riina toccando anche la questione delle mappe che effettivamente De Donno, a più riprese, portò a don Vito. Ciancimino chiese di esaminare alcune cartine di Palermo e gli atti delle utenze Amap perché si ricordava di alcuni lavori «domestici» svolti in precedenza. Non fece a tempo a visionare le mappe perché di lì a poco venne arrestato. Quanto alla presunta soffiata di Provenzano questa è smentita in sentenza: «L’istruzione dibattimentale ha consentito di accertare che il latitante (Riina, ndr) non fu consegnato dai suoi sodali (vedi Provenzano, ndr) ma localizzato in base a una serie di elementi tra loro coerenti e concatenati che vennero sviluppati grazie all’intuito investigativo di De Caprio (su input iniziale del maresciallo Lombardo, ndr)». Che il patto Provenzano-Ros non vi fu è provato anche «dai progetti elaborati da Provenzano di sequestrare e uccidere De Caprio di cui hanno riferito numerosi pentiti (...)». Se vi fosse stato un accordo «il boss non avrebbe avuto alcun interesse alla ricerca di De Caprio-Ultimo mentre è stato accertato che si cercò di individuarlo tramite un amico del compagno di gioco al tennis». E così anche l’aiuto dato al Ros del pentito Di Maggio che identificò la moglie di Riina in via Bernini guardando un video del Ros, che si vuol far passare come messa in scena quand’invece, per i giudici, «è appurato che Di Maggio non sapeva dove abitasse Riina».