«L’ultimo fascista mussoliniano» piange otto familiari sterminati

Una storia drammatica che quasi cancella una famiglia. Una storia che Benito Mignani, 72 anni, vomita d'un fiato come un bambino che ha fretta di dirti tutto e subito, che con la testa corre già al finale mentre la parola inciampa, rallenta e diventa pianto. Piange come un bambino, Benito. Perché nel '43 aveva 10 anni e il ruolo che interpretava lo reclamava uomo fatto. Lui che oggi si definisce «l'ultimo fascista mussoliniano», lui che qualche anno fa era candidato sindaco a Genova per Fiamma Tricolore. Che ha fatto il consigliere di Circoscrizione in quel di Bolzaneto.
Eppure i fatti da quel 25 luglio '43 li racconta col pudore intatto di quei 10 anni. Con gli occhi d'un bambino cresciuto con la morte e che nel '43 vive con la famiglia a Bolzaneto. Lui il più grande di tre fratelli. Un ometto che segue il padre come un'ombra. Con l'innocenza di chi compie gesti assoluti e l'incoscienza da romanzo. Il padre Alessandro era nella Milizia Volontaria di Sicurezza Nazionale. «Una notte sentiamo una gran rumore di folla. Non capiamo cosa stia succedendo. Poi i carabinieri ci prelevano e ci portano a Genova, nell'albergo San Siro. Ho ancora davanti agli occhi il soffitto crollato sul letto dopo un bombardamento». Dopo l'otto settembre, il padre dal comando della Gnr (Guardia Nazionale Repubblicana) di Via Sannazzaro passa alla TETI di Piazza Manin. I tre figli lo seguono: «Stavo giocando con i miei due fratelli. Non vediamo più Romano, il piccolo, aveva 5 anni. Una donna esce dalla latteria in piazza. Urla che due uomini con l'impermeabile chiaro l'hanno buttato giù dal muraglione della ferrovia per Casella. Romano muore sul colpo e mio padre non è mai riuscito a venirne fuori».
Nel '44 Alessandro Mignani viene trasferito alla Galleria 28 Ottobre, sopra Busalla e successivamente a Prarolo, una frazione di Isola del Cantone. Era assegnato al presidio posto a difesa della camionale per Serravalle. «Io e mio fratello Arnaldo seguivamo papà ovunque. Eravamo con lui a Prarolo quando un gruppo di partigiani attaccarono il presidio e Arnaldo, 8 anni, rimase ucciso nella sparatoria». Il padre si sposta a Pietra Bissara, vicino ad Arquata Scrivia. Benito scappa a Genova e si arruola nella Fiamme Bianche. Ha 11 anni. «Nell'aprile del '45 chiedo di raggiungere mio padre. Mi accompagnano con una Topolino. Nel presidio della Gnr eravamo in venticinque. Il 23 aprile mio padre riceve l'ordine di ritirarsi verso la Valtellina. Mi sveglia all'alba, ci mettiamo uno zaino in spalla, mi da una piccola pistola a tamburo, saliamo in bicicletta e pedaliamo in direzione Alessandria. Mi disse di non fermarmi per nessun motivo. Qualcuno ci intimò l'alt, ma noi pedalammo con più disperazione».
Per un attimo vedi il neorealismo di Vittorio De Sica, vedi il dramma per intero, vedi la paura che diventa un macigno. Benito e Alessandro vengono raccolti da una colonna di camion fascisti che li portano a Milano e poi a Como, l'ultimo baluardo. Qui la resa. «Il 28 aprile siamo circa tremila alla caserma De Cristoforis. Un generale ci ordina di deporre le armi che diventano una montagna nel piazzale. La sera arrivano quattro partigiani col fazzoletto rosso al collo. Ci schedano e ci danno un lasciapassare. Mio padre esce per cercare un ricovero, mi dice di fare il bravo, di aspettarlo che sarebbe venuto a prendermi presto. Non l'ho più visto». Benito viene sistemato con le ausiliarie al piano superiore. Arrivano gli americani e di nuovo schedano i prigionieri: «Mangiavamo le parti di pollo scartate da loro». Una notte Benito, dodicenne, si cala dal pluviale e scappa: «Avevo una fame nera e rubavo per mangiare. Vivevo nascosto e terrorizzato dai racconti dei tedeschi legati l'uno all'altro col fil di ferro, ammazzati e gettati nel lago». Salta su un treno per Genova. Un'odissea che lo porta finalmente a Sampierdarena: «Ma dalla stazione c'è un'unica via d'uscita. Vengo fermato e condotto all'Universale dove s'era insediato il comando partigiano. Nel cortile ci sono due militi delle brigate nere incatenate alla ringhiera. Mi dicono di scappare. Riesco d eludere la sorveglianza, arrivo a Bolzaneto da mia nonna. Che prima mi nasconde poi mi dà due lire». È di nuovo solo. Di nuovo in fuga. Trova ospitalità dalla signora Castagnone. «Lei cercava nelle fosse comuni, tra quei cadaveri sconosciuti, chi non era più tornato, come mio padre. Accompagnava i parenti che reclamavano almeno un corpo su cui piangere».
Benito studia con suo figlio e intanto cresce, acquista consapevolezza e si fa domande. La prima riguarda suo padre e la fine che ha fatto.È il '49 quando comincia a cercarlo, «arrivo fino ad Arquata, chiedo al prete. Poi s'era sparsa la voce che i partigiani di Bolzaneto erano arrivati a Como per prendere i fascisti genovesi arrivati là». Tutto inutile. «Ormai era chiaro che mio padre non sarebbe più tornato. E non so neanche in che fossa giaccia il suo corpo». Intanto a Benito arrivano notizie del resto della famiglia: «Hanno ammazzato anche il fratello di papà, zio Gualtiero. Lui era tramviere alla Uite. Sono entrati nel deposito e l'hanno mitragliato. Dopo il 25 aprile. A Staglieno c'è il suo nome nella cripta dei caduti». Stessa sorte per Clinio, l'altro fratello di Alessandro: «Fu ucciso a Pola. Mentre i suoi figli, allievi alla scuola ufficiali di Oderzo, vennero eliminati dopo che fu promessa loro la libertà. Anche il marito di zia Giuseppina finisce ammazzato dalle parti di Brescia». Ne ha persi otto di parenti stretti, Benito. Tutto sessant'anni fa. Tutto raccontato da quel ragazzino di 10 anni che pedalava veloce e si nascondeva nel fango. Che non si affannarono a cercare perché era solo un bambino.