L’ultimo figlio del Duce sarà sepolto a Predappio

Non ha mai fatto l’erede perché era l’unico modo di portare il cognome

Stenio Solinas

Il locale di Pepito Pignatelli si chiamava Music Inn, stava in fondo a corso Vittorio Emanuele, Largo dei Fiorentini mi pare si chiamasse la strada, e alla fine degli anni Sessanta era il tempio romano del jazz. Adesso ci vendono la pizza a taglio, e anche questo è un segno dei tempi.
Pignatelli, comunque, era una curiosa figura fra il latin lover e il musicista, un fisico nervoso, dei baffi da hidalgo, lo stomaco foderato di whisky. Quando volevo fare bella figura con una ragazza la portavo lì, perché Pepito era estroverso, generoso, ti faceva sentire come a casa sua e così alla fine sembrava che il Music Inn fosse roba tua e lui, che per età avrebbe potuto essermi padre, un mio compagno di liceo.
Di jazz capivo poco o niente, però conoscevo a menadito i nomi dei solisti e delle band, seguivo il ritmo con la testa e con le mani, mi esibivo in negazioni assolute e affermazioni sovrane, mi atteggiavo, insomma, come ho sempre fatto nella vita...
La sera che ci portai Francesca, aspirante attrice d’avanguardia in uno dei tanti teatrini off della capitale, mi pare suonassero Carletto Loffredo e Gil Cuppini, lo spettacolo era assicurato, l’atmosfera era calda, Francesca pure, o almeno così mi sembrava, si era già fatta mezzanotte e tutto sembrava andasse per il meglio.
Poi successe che Pepito annunciò la sorpresa che aveva tenuto fino ad allora gelosamente nascosta: era arrivato dall’estero, dagli Stati Uniti disse, Romano Mussolini e quindi... più jam session improvvisata di così... «Romano chi?» mi fece Francesca con tono gelido. ««Mussolini» risposi io che avevo capito l’antifona, volevo salvare ciò che speravo avvenisse dopo fra noi e però, insomma, uno avrà pure il diritto di chiamarsi come gli pare... «Come il Duce?», insistette lei nervosa. «Sì è il figlio» mi irrigidii a mia volta, «e guarda che è il più grande jazzista italiano». «Ma dove cazzo mi hai portato, in un covo di fasci?» esplose. «Sei una povera stronza» fu la mia replica, lei si alzò e se ne andò. Rimasi seduto e sentii una mano poggiarsi sulla mia spalla: «Grazie per avermi definito “il più grande”. E grazie per essere rimasto». Aveva un sorriso malinconico e il testone del padre, ma non ho mai sentito suonare nessuno come suonò lui quella sera. «Quando Romano è in forma» non c’è scopata che tenga» mi disse Pepito per consolarmi. Allora mi sembrò che avesse ragione.
Adesso che Romano Mussolini è morto e il cordoglio che ha accompagnato la notizia è unanime, varrà forse la pena sottolineare che quel cognome Romano lo portò senza iattanza e senza vergogna. Non lo utilizzò per cercare una sponda nostalgica, non lo negò per rifarsi una sorta di verginità artistica. Nel mezzo secolo che il dopoguerra gli ha dato da vivere non ha intasato le librerie di memoriali, rivelazioni, diari, non ha brigato per un posto in parlamento e contemporaneamente, però, ha portato in giro per il mondo quel nome in un modo che non solo era dignitoso ma per certi versi anche orgoglioso, come un figlio che sceglie un campo completamente diverso rispetto a quello dove il padre trionfò e poi fallì, e in quel campo si ritaglia con tenacia, pazienza, umiltà un proprio posto, tanto maggiore quanto quella scelta appare eterodossa, singolare.
Romano Mussolini non ha mai posato ad erede, e forse per molti versi questo era l’unico modo possibile per continuare a portare quel nome. Si era risolto a raccontare la sua infanzia e la sua giovinezza, e quindi in fondo quella parte della sua vita in cui era stato, ingannevolmente felicemente, «il figlio del Duce», appena due anni fa, e lo aveva fatto in maniera piana, cercando il più possibile di evitare la retorica. Era il più piccolo della famiglia, classe 1927...
È difficile capire cosa possa passare per la mente di un ragazzo di diciotto anni il giorno in cui viene a sapere che gli hanno ammazzato il padre e che poi lo hanno appeso per i piedi in una piazza, e intorno a quel corpo c’è una folla che balla e sputa sul cadavere, ma è molto probabile che fin da allora Romano abbia capito come la sua fosse una vita segnata, qualunque cosa pensasse, qualunque cosa volesse fare. Ed è questa consapevolezza che si è portato dietro, per più di cinquant’anni, costruendosi giorno dopo giorno un’altra identità e dovendo fare i conti con il peso di un nome, di una storia. Contro gli odii si deve essere corazzato nel tempo, consapevole di sguardi, di sgarbi, di cattive azioni. E contro gli amori deve aver fatto altrettanto, perché poi non c’è niente di peggio che sopportare la devozione e/o il fanatismo per proprietà transitiva, essere amato non per quello che si è ma per ciò che per interposta persona si rappresenta.
Con la sua scomparsa si chiude il destino di una famiglia e, se ne va un pezzo di storia d’Italia. Ma se ne va anche un uomo perbene, a suo modo appagato, che non lascia dietro di sé nulla di cui vergognarsi e molto di cui essere fieri e che tuttavia nei momenti di maggior stanchezza, di maggiore delusione deve aver confessato più a volte a se stesso l’insopportabile peso che si prova nel sentirsi il sopravvissuto di un mondo sconfitto in un Paese che fra vincitori e vinti non sceglie mai la parte dei più deboli.