L’ultimo Giappone di Maldini: "Mondiale vero"

Il campione del Milan: "Ho capito dai brasiliani l’importanza di questa coppa. L’applauso di Platini? Solidarietà generazionale..."

Nostro inviato a Yokohama

Comincia a farsi assalire dal magone. «Mi mancherà questa atmosfera, è impensabile alla mia età di poter tornare da queste parti», confessa Paolo Maldini, 39 anni compiuti eppure sembra ancora un giovanotto alle prime armi. Pensò a questo appuntamento dalla notte di Atene, la coppa dalle grandi orecchie sul tavolo del ristorante e lui, stravolto dalla felicità, annunciò solenne: «Mi opero, continuo a giocare un anno, voglio tornare a Tokio». Cinque mesi di sacrifici, fitte lancinanti al ginocchio ballerino, un recupero tormentato ed eccolo in Giappone. «Platini, al mio ingresso in campo, si è alzato in piedi per applaudire. Dev’essere forse solidarietà tra rivali di un tempo: abbiamo giocato uno contro l’altro e deve sentirsi perciò emotivamente coinvolto. È una storia bella, il calcio ha bisogno di queste storie per affrancarsi dalle miserie»: la notizia e la relativa spiegazione s’incastrano alla perfezione col personaggio incarnato da Paolo Maldini. Qui in Giappone viene inseguito da una popolarità vistosa, per certi versi inspiegabile. «Devo dire che mi mettono quasi in imbarazzo: richieste di autografi, di interviste, le maglie col mio numero sono la maggioranza in giro per Yokohama...» confessa senza lucciconi agli occhi. Quelli spettano di diritto alla famiglia dei Maldini giunta quasi al gran completo (mamma, moglie Adriana con i due figli, sorella e fratello) da Milano.
Prima di sbarcare a Tokio, Maldini guardò in cagnesco Blatter e la sua rivoluzione. «Ero contrario alla formula attuale e invece adesso che l’ho toccata con mano, ho cominciato ad apprezzarla. Prima arrivavi il mercoledì, giocavi la domenica e ripartivi quasi senza aver capito niente del Giappone e di tutto il resto. Così è meglio, anche per chi viene dall’Europa»: si fa sempre in tempo a cambiare idea. E a confessare una grave lacuna. «Ho scoperto dai brasiliani il valore di questo appuntamento. Leonardo mi raccontò che ai suoi tempi, nel ’93, quando vinse il San Paolo sul Milan di Capello, il Brasile intero si fermò» il ricordo serve a lucidare il valore di questa sfida, sottostimata dalle nostre parti solo per avvilente provincialismo. «Si sente di più ora, ora che smetto. Il livello tecnico è sempre più competitivo. Le sfide di un mondiale saranno sempre così, decise da un gol, da un episodio, in bilico perenne, poco spettacolari» è la sua previsione per domenica sera, contro il Boca Juniors, un rivale che non ha misteri. «È cambiato molto rispetto al 2003 ma non è questo che conta, è la tipica squadra argentina, hanno un ritmo molto lento, si muovono con lanci lunghi, perdono tempo anche sullo 0 a 0, è uno stile di gioco non ostruzionismo» spiega didascalico Maldini. Che da capitano sta per passare i gradi a un successore da identificare. «Tre sere fa, ne abbiamo discusso a tavola con Galliani e Ancelotti» il particolare passato ai cronisti. Segno che il dibattito è in atto. Kakà la reclama, Galliani spinge per questa soluzione (gli vuol proporre anche un contratto lungo fino al 2018), Ambrosini un po’ meno, Gattuso, parole sue, «gliela porterei a casa la fascia», riferita a Kakà naturalmente. «In Nazionale decide il numero di presenze, nel club intervengono altri fattori: dev’essere una scelta democratica, cui concorrono allenatore, società e squadra» ricorda Maldini. Lui tiene molto alla successione italiana, incarnata da Cesarone Maldini, Rivera, Baresi e Paolo. Gli basterebbe l’ultima coppa per consegnare i gradi senza rimpianti.