L’ultimo giapponese

Jean-Marie Colombani è il grande sacerdote del tempio europeo del «politicamente corretto», ovvero Le Monde. Nell'ansia di dispensare verità, non si è accontentato del suo giornale e ha lanciato il suo «appello a una destra moderna» dalla prima pagina della Stampa, invitando i «partiti italiani di destra e di centrodestra» a «ricreare, senza ritardi, e senza Berlusconi, le condizioni di un'alternanza sana e democratica». Traducendolo dal francese, ha riciclato per l'ennesima volta Lo stesso scritto che mette in pagina dal 1994 e che esprime la mania di spiegare, da sinistra, i requisiti di una destra o di un centrodestra per avere l'autorizzazione a governare. Tra questi requisiti naturalmente è del tutto secondario il consenso espresso dalla metà dell'elettorato. Importante è solo la propria opinione. Quella di Colombani è nota e riflette il vizietto della berlusconofobia a cui si sono abbandonate parte delle élites culturali e politiche italiane ed europee. Ci sarebbe quindi solo da sorvolare e da supporre che il quotidiano torinese abbia fatto ricorso ad un opinionista francese in mancanza di un opinionista domestico disposto a riproporre i soliti vecchi argomenti. Insomma un «ultimo giapponese» del caso.
Qualcosa da dire però c'è. C'è da notare il tono del grande sacerdote, che dell'Italia mostra di conoscere solo una parte, e male, e che non ha pudore nel rivolgersi all'altra che mostra di ignorare. C'è poi da rilevare la sconfinata linea di credito concessa ad una sinistra definita «riformista» e «modernizzatrice», ma probabilmente nessuno si è curato di informarlo non solo degli atti simbolici che hanno segnato la ricorrenza del 25 aprile, ma neanche delle critiche di fondo apparse, dopo il voto, su quotidiani che non avevano lesinato l'appoggio all'Unione in campagna elettorale.
C'è anche da segnalare una curiosità: Prodi viene indicato da Colombani come l'uomo che l'Europa ricorda per essere stato protagonista della «strategia di Lisbona», quel Prodi che lo stesso Monde (nella sua edizione del 10 aprile) aveva descritto in termini quanto meno sgradevoli anche per chi verso l'Unione non ha particolari simpatie. Testuale: alla commissione di Bruxelles «i ricordi lasciati da Romano Prodi non sono poi migliori di quelli lasciati da Silvio Berlusconi... Il suo bilancio è stato disastroso... Nel negoziato sul trattato costituzionale è stato marginalizzato dopo aver presentato in modo maldestro un contro-progetto che ha irritato tutti». E questo non è solo pensar male.
Non voglio cadere nell'errore di vedere in queste esibizioni di Colombani l'esercizio di un doppio complesso di superiorità, del francese che giudica i fatti italiani e del gauchiste che giudica ciò che non è di sinistra, ciò che appartiene alla sfera del «politicamente scorretto». In realtà ci sono tanti francesi che sanno leggere ciò che accade da questa parte delle Alpi, c'è ancora della gente a sinistra capace di misurarsi con le altre culture politiche e di capire i riferimenti ideali e gli interessi sociali che Berlusconi rappresenta.
Ma evitato questo errore, resta difficile capire le ragioni per cui il nome simbolo del Monde abbia pensato di poter lanciare questo appello alla Casa delle libertà. E per di più in italiano. Forse non si è accorto che il risultato elettorale ha stupito anche coloro che da anni lanciavano lo stesso appello in Italia. O forse è rimasto ai tempi - prima delle periferie in fiamme, della rivolta studentesca e dell'idea di usare il «deterrente nucleare» - in cui a Berlusconi si diceva e si ripeteva: «Se ci fosse una destra come quella di Chirac...».