L’ultimo graffio, poi re Umberto abdica

nostro inviato ad Assago (Milano)

Tutti in piedi, tutti in lacrime, mentre lo Stato maggiore della Lega abbraccia commosso Umberto Bossi sul palco. Finisce così l’era del Senatùr. Quando sale sul palco, gli ottomila fra delegati e militanti riuniti al Forum di Assago gli tributano un applauso che non finisce più, cori, «Bos-si, Bos-si», bandiere che sventolano. Non è più il saluto al Capo. Piuttosto, l’addio al Guerriero. C’è chi lo fischia quando torna a dire che «in Lega non ci sono ladri, i farabutti sono fuori». Perché il suo popolo, all’Umberto ha perdonato tutto, ma, lo dice Luca Zaia prima di dargli la parola, «basta parlare di complotti: quando si sbaglia ci si cosparge il capo di cenere e ci si mette pancia a terra a lavorare».
Per l’Umberto è una giornata durissima. Arriva in ritardo al congresso, tanto che viene cambiato l’ordine degli interventi, e si infila in una saletta. Con lui ci sono Francesco Speroni, Roberto Castelli e Giovanni Torri. Così sono loro i primi indiziati per quello che Bossi dice sul palco. Non cita mai Roberto Maroni il suo successore, però lo attacca duramente: «Faccio fatica a credere che il nostro amministratore (Belsito, ndr) fosse legato alla ’ndrangheta. Se era così però, chi sapeva doveva dirlo. I servizi segreti dovevano dirlo invece hanno aspettato per far cadere tutto questo in testa alla Lega». E i servizi segreti sono roba di Bobo, che è stato ministro dell’Interno. Non è finita: «Quelli che alzavano le scope, se si andasse a fondo, farebbero meglio a non alzarle troppo. Ce n’è uno, ridicolo, che alzava la scopa, gridava, e poi il suo autista invece di farlo pagare al suo Comune, lo faceva pagare alla Lega». Ce l’ha con Flavio Tosi, il sindaco di Verona che per primo ha osato sfidarlo apertamente. «Nessun giallo - precisa lui dopo - La sezione paga l’autista, non coi contributi elettorali, ma coi soldi degli iscritti: è una decisione nota, presa col federale, per non gravare sui contribuenti».
Veleni che giravano già da un po’ fra i bossiani, ma che Bossi decide di rovesciare sul suo ultimo congresso, prima dell’ultima zampata: «Vado a vedere se mi avete fatto imbrogli sullo Statuto». Dice di aver chiesto «di poter indicare il 20% dei parlamentari e dei consiglieri regionali, sennò cosa sto qui a fare?», sospetta che lo Statuto sia stato cambiato nottetempo. Chiama Zaia: «Fatti avanti, stai sempre dietro tu, inizi a preoccuparmi» dice rivolto al governatore veneto, sempre defilato dalle beghe interne. Zaia rassicura: «Nessun imbroglio, è stato votato all’unanimità». E Bossi: «Questo è preoccupante di per sé. Ora purtroppo vi lascio Zaia e vado a controllare». E se ne va senza un saluto. L’assemblea ammutolisce, gli spalti fermano i cori «se-ces-sio-ne» che intercalavano il discorso di Umberto, dietro le quinte i dirigenti vanno in fibrillazione: «Gliel’hanno messo in testa quelli che temono di perdere il posto», sibilano. Lo statuto, dicono, è stato approvato dal consiglio federale lunedì scorso e ratificato qui al congresso. Poteri per Bossi non ne prevede. Non quello di indicare candidati, né quello di indire congressi straordinari, se non su richiesta del consiglio federale. «Bossi sapeva tutto - spiegano - Se insiste a cambiarlo sarà braccio di ferro: se cediamo passa il messaggio che comanda sempre lui, se lo bocciamo farà ogni giorno il controcanto a Bobo».
Ma alla fine sono gli stessi cattivi consiglieri a invitare Umberto a non andare allo scontro, i numeri non ci sono. E i vecchi amici. Maroni, fra loro. Roberto Calderoli, che dal palco rivendica un «Dio solo sa cosa ho fatto per tenere uniti Bossi e Maroni». E Bruno Caparini, che spiega: «Quello che stiamo facendo, lo stiamo facendo per Umberto. Ci sono errori di percorso cui rimediare. Ma lui non deve temere nulla, il futuro è lì davanti». Il vecchio leone cede. Quello che gli interessa, dice, è che «non muoia il sogno della Padania». Aspetta che Maroni concluda il suo intervento, poi torna sul palco. La voce rotta, cita la parabola in cui Re Salomone, dovendo stabilire a chi appartenga un bambino conteso tra due donne, propone di tagliarlo a metà. «Una delle donne dice “no, no datelo all’altra ma non tagliatelo”. Allora Salomone dice: “Il bambino è suo, di quella che non lo vuole tagliare”. Questo ho fatto io. Non bisognava aiutare Roma a dividere e distruggere la Lega e io ho detto: “Il bambino è suo”». Guardando Maroni, che va ad abbracciarlo. I militanti applaudono: «Bravo Umberto». Sul palco piangono tutti, bossiani e maroniani, sull’ultimo abbraccio al Capo.