L’ultimo libro di Biagi: "La sinistra mi usa ma non mi ridà Il Fatto"

Nelle conclusioni del volume sull’«editto bulgaro» accusa il governo Prodi e si lamenta: anche loro mi hanno abbandonato

Fate conto che questo articolo l’abbia scritto Enzo Biagi. Non perché il sottoscritto sia tanto pazzo da paragonarsi a uno dei più grandi giornalisti del Novecento: conservo ancora il senso del ridicolo. Fate conto che l’abbia scritto lui perché la parte rilevante di questo testo è opera sua: qui di seguito troverete infatti un lungo virgolettato, che è tratto dalle conclusioni dell’ultimo libro di Biagi, Quello che non si doveva dire, edito da Rizzoli nell’ottobre 2006. «Conclusioni» dell’«ultimo» libro: insomma, ciò che leggerete tra poco è di fatto l’ultima parola di Biagi sulla vicenda del famigerato editto bulgaro, che è l’oggetto principale, anzi l’unico, di Quello che non si doveva dire.
Dunque, a pagina 221, subito sotto il titolo «Conclusioni» (le restanti settanta pagine del libro non sono opera dell’autore, ma una cronologia curata da Claudia Turconi) Biagi scrive: «Molti mesi sono passati da quando Loris (Mazzetti, ndr) e io abbiamo cominciato a scrivere questo libro e molti fatti sono successi. Il più importante, non per me ma per il Paese, è stato lo sfratto, con il voto popolare, di Silvio Berlusconi da Palazzo Chigi. Nella mia grande presunzione ho pensato che qualcosa sarebbe cambiato anche nella mia vita e, sono sincero, mi aspettavo una telefonata da viale Mazzini, se non altro come segnale di ritrovata indipendenza dal Cavaliere. Nel frattempo è tornato al vertice dell’azienda Claudio Cappon, di cui conservo un buon ricordo». Ma Cappon evidentemente non si fa vivo, visto che Biagi scrive: «Sicuramente, il nuovo direttore generale, ha altri problemi, ben più complicati del mio, da risolvere (...)».
Biagi prosegue e viene al sodo della vicenda sua, cioè al ritorno in Rai: «Sin dall’inizio ho avuto la consapevolezza che, anche con il centrosinistra al governo (il corsivo è nostro, ndr) io rimango fuori dai giochi. In poche parole, sono convinto che nessuno mi farà più fare Il Fatto. C’è un grande alibi, la mia età, ma non è che ottantasei anni vogliano dire per forza che uno è rincoglionito. E poi, se il mio nome, la mia faccia e i miei appelli funzionano per le campagne elettorali, non capisco come mai non vadano bene per un programma televisivo».
Tre giorni fa ho scritto di un «uso politico della morte»: non era una polemica contro Biagi (al quale, anzi, ero e sono legato da un affetto sincero) ma contro quei politici del centrosinistra che hanno approfittato della sua scomparsa per rinfocolare la polemica politica. Hanno risposto accusando Il Giornale di difendere (o di negare, che è la stessa cosa) l’editto bulgaro. Sciocchezze. Mario Cervi ha scritto chiaramente che l’intervento ci fu e che fu un errore.
Ma le parole di Biagi dimostrano che i politici - premier compreso - che hanno scaricato solo sul governo Berlusconi l’assenza di Biagi dalla Rai non hanno titolo per lanciare alcun j’accuse. Non si dica che il libro è dell’ottobre 2006, e che nella primavera 2007 Biagi in Rai c’è poi tornato. Non lo si dica per due motivi: 1) Biagi è tornato su Raitre in tarda serata, cioè alle stesse condizioni che gli erano state offerte nel 2002, e che lui non accettò; 2) nel suo ultimo libro Biagi ha scritto chiaramente che quel che egli voleva era il ritorno de Il Fatto: Raiuno, prima serata. E Il Fatto non è tornato. Forse perché nel frattempo il giornalista è invecchiato? È lo stesso Biagi a dire che quello è «un alibi». E ad accusare il centrosinistra di averlo usato per la campagna elettorale.
Parole sue, non nostre. E stampate su un libro, non apprese con il pendolino durante una seduta spiritica.