L’ultimo oltraggio a Mike, rubata la salma

Forse per soldi. Per chiedere un riscatto, come toccò ai poveri resti di Cuccia. O forse, come prova a spiegare il criminologo di turno - Bruno, e chi se no, quello che Striscia pesca mentre dorme durante il dibattito - «c’è la volontà inconscia di identificarsi nel personaggio, un modo per entrare nel meccanismo mediatico e nel mito di una persona nota, una sorta di feticismo passionale...».
Dietro le spiegazioni più o meno lineari, il fatto penoso e inconcepibile: la salma di Mike Bongiorno portata via dalla sua tomba, nel piccolo cimitero di Dagnente, frazioncina alle porte di Arona. Particolare per niente secondario: sta a due passi dal cimitero di Cuccia, segno evidente che nel comprensorio si aggira un’alta concentrazione di macabri dementi.
Fuori dal minuscolo camposanto ci sono telecamere con vista sul parcheggio, ma all’interno né telecamere né sistemi di allarme (diciamolo francamente: l’umanità sarebbe ridotta davvero malissimo, il giorno in cui fosse costretta anche alla videosorveglianza dei morti). A dividere l’Aldiqua dall’Aldilà resta solo un modesto cancello elettrico: un gioco da ragazzi, ragazzi particolarmente malati dentro, forzarlo di notte e portarsi via Mike. A dare l’allarme un anziano, Giuseppe Buscaglia: intorno alle 10,30, come tutti i giorni, arriva per fare visita ai suoi cari, la moglie Teresina, il fratello, i genitori. «Ho visto la lapide smossa, i mattoni per terra e il loculo vuoto. Non c’era altro». Sentito dai carabinieri, il pensionato tratteggia come un acquarello le atmosfere del piccolo cimitero: «Non ho mai notato persone strane, tra le tombe. Anzi, spesso non c’è proprio nessuno, oltre a me».
Quando arriva in casa la notizia, la famiglia di Mike riprecipita giustamente nella mestizia. Parla il figlio primogenito, Michele: «Siamo sgomenti e increduli. Ci siamo raccolti tra di noi, con mamma Daniela. Non ci sono parole per commentare...».
Non ci sono parole per definire l’indefinibile. Chi traffica in defunti, qualunque sia il motivo, dal riscatto in denaro al turpe rito satanico, è un essere talmente malvagio e spregevole da meritarsi soltanto un giudizio divino. A meno che non sia un folle incosciente, la qual cosa dovrebbe passare per competenza a un serio reparto psichiatrico.
In ogni caso, povero Mike. Stava riposando tranquillamente dall’8 settembre 2009. Quel giorno, una morte improvvisa e indolore lo colse ancora in piena vita, in piena attività, in pieno possesso delle proprie facoltà mentali. Era a Monte Carlo con amici: 85 anni, ancora parlava di futuro, senza degnare di troppe attenzioni la morte.
Lo sfregio fatto a lui, adesso, è uno sfregio a tutta l’Italia, almeno di quell’Italia del popolo che l’ha amato sempre, a partire dalla prima tv in bianco e nero fino agli ultimi spot dell’alta tecnologia, insieme a Fiorello. Hanno trafugato dei poveri resti terreni, ma soprattutto hanno profanato un affetto: comunque, un gesto imperdonabile.
In attesa che i Ris di Parma ne vengano a capo, magari con il veloce arresto che chiuse in fretta la lugubre vicenda Cuccia, a questi miserabili rapitori di morte non va comunque concesso il premio della nostra autoflagellazione sociale. Non è il caso, stavolta, di scomodare i segni dei tempi, dalla scuola che non insegna più i valori alla televisione che svilisce la vita, dal dio denaro che obnubila le menti al cinismo senza religione che muove le pulsioni peggiori.
È pur vero che i tempi non sono esaltanti. Ma almeno in questo caso non facciamoci prendere la mano. Non esiste videogioco così macabro e sanguinolento, non esiste programma televisivo così stupido e vuoto, non esiste crisi spirituale così grave e profonda da spiegare in alcun modo criminali tanto squallidi e crudeli. Non è colpa della società, è solo colpa loro. Per quanto svilita e inaridita, mediamente questa società prova ancora un giusto rispetto per i suoi morti. Chi va a prelevarli dalle loro tombe, chi va a disturbare il loro sonno, è semplicemente un essere in corto circuito: di mente, di coscienza, di cuore. Arrivare a tanto è comunque il segno di una malattia molto grave.
Se non altro, Mike è sicuramente quello che ora soffre meno. Niente, nemmeno lo scempio più umiliante delle sue spoglie, può turbare l’ineffabilità del silenzio celeste. Ai suoi cari resta invece una consolazione certa: hanno profanato una salma, nessuno può scalfire la memoria.