L’ultimo della "P3" che ama i dossier e i messaggi in codice

Ernesto Sica, ex assessore campano e mente del complotto contro Caldoro:
il fango sui rivali? È normale in politica

La farsa della P3, oltre a riciclare logori arnesi del secolo scorso, ci regala un pittoresco personaggio tutto nuovo: Ernesto Sica, quello del dossier a base di trans sul Governatore campano, Stefano Caldoro.
Ho fatto diverse asserzioni e prima di passare a Sica voglio giustificarle. Perché la P3 è una farsa? Il pm romano, Giancarlo Capaldo, ha scambiato una combriccola di lobbisti per una setta massonica deviata o nuova Loggia P2. Su questa base ha messo agli arresti tre persone e ne ha imputate altre per associazione occulta.
Finora, la loggia è solo una fantasia del procuratore. Non ha portato uno straccio di prova né sui presunti collegamenti massonici della lobby, né sugli elementi che caratterizzano il consorzio segreto: lo statuto, l’elenco degli iscritti, i fini dichiarati anche se nascosti. Se non lo farà, si sarà dato la zappa sui piedi e l’inchiesta finirà nel nulla. Bisogna però, fin d’ora, dare atto al magistrato di avere capito tutto del mondo d’oggi. Ossia, che senza una bella invenzione giornalistica - e la loggia P3 è degna di un grande pubblicitario - non ti fila nessuno. Lui invece è riuscito a beccarsi le prime pagine.
Ho anche detto che sono coinvolti nella faccenda «logori arnesi del secolo scorso». Il numero uno è il settantottenne sardo Flavio Carboni, già celeberrimo faccendiere negli anni Settanta e Ottanta. In affari per lustri con Carlo Caracciolo, patron del gruppo Espresso, Carboni è stato al centro del pasticcio del Banco Ambrosiano. Era sodale del Gran Maestro Armando Corona, tuttofare del presidente del Banco, Roberto Calvi, protettore di Beppe Pisanu. Costui da sottosegretario al Tesoro del governo Spadolini (1982) garantì alla Camera che l’Ambrosiano andava a gonfie vele mentre fallì due mesi dopo. Secondo Angelo Rizzoli, che da quel fallimento fu devastato, fu Carboni a spingere Pisanu a fare le dichiarazioni fasulle in cambio di 800 milioni di lire. Il do ut des non è stato mai provato ma mette in luce l’antica fama di maneggione del faccendiere. Tale era la sua nomea che il povero Flavio fu perfino imputato per l’uccisione di Calvi, trovato impiccato nell’82 al ponte londinese dei Frati Neri. Dall’accusa - improbabile - è stato assolto di recente. Flavio resta comunque un bel tipetto anche se datato. Degli altri due del secolo scorso, Arcangelo Martino e Pasquale Lombardi, si può dire che sono, in scala ridotta, dei traffichini dello stesso stampo.
Veniamo a Ernesto Sica, l’emergente. È un trentottenne balzato di fresco alla ribalta che però ha occupato con autorevolezza. Per i magistrati fa parte della P3 ma solo per il filone napoletano, non per quello delle pale eoliche sarde che lambisce il coordinatore del Pdl, Denis Verdini. Il giovanotto è autore di un dossier contro Caldoro che doveva screditarlo per impedirgli di candidarsi alla presidenza della Campania.
La faccenda è tutta interna al Pdl. Sica prepara il materiale per silurare Caldoro e favorire Nicola Cosentino, il coordinatore del Pdl napoletano di cui è fedelissimo, che puntava pure lui alla carica di governatore. La calunnia delle inclinazioni trans circola ma resta senza effetto. Cosentino, infatti, accusato di associazione camorristica, deve ritirarsi dalla lizza e Caldoro è eletto. Essendo tutti all’oscuro della sua partecipazione alla tresca, Sica riesce a farsi nominare assessore nella giunta del neogovernatore. Quando una settimana fa scoppia lo scandalo del dossier, Ernesto è costretto a dimettersi e a scusarsi con Caldoro per il killeraggio.
Il bello è che, mentre tutti si dicono estranei alla vigliaccata (Cosentino in testa), l’Ernesto poco ci manca che se ne vanti, anche se bontà sua la definisce una «C...ata». Rilascia interviste in cui riconosce le proprie colpe ma le banalizza come se dare dell’amante di femminielli a un collega di partito fosse del tutto naturale.
Per lui l’espressione «dossier» è «esagerata». Si trattava, spiega alla Stampa, di una «relazione politica sul dottor Caldoro. Forse, non correttissima». Ma - obietta l’intervistatore - gli date del «culattone» (termine intercettato). «Nel sistema maggioritario - risponde Sica col tono leggero della capafresca - la competizione c’è. Non facciamo gli ipocriti». Poi - tanto per dire che è l’uso - sostiene di essere stato pure lui oggetto di diverse «relazioni» analoghe.
Quello che impressiona nel giovanottello è la spavalderia con cui accetta il ruolo di sicario. È convinto di essere nelle grazie del Cavaliere e perciò in una botte di ferro. Anzi, a tratti, lascia scivolare paroline che sanno di ricatto. «È stato Berlusconi a farla assessore (nella Giunta di Caldoro, ndr)?». «Diciamo che mi si doveva un riconoscimento», risponde. «È intervenuto Berlusconi?», incalza il giornalista. «Lui personalmente, mi onoro della sua amicizia», replica l’Ernesto.
Dal contesto si capisce che Sica si ritiene sottovalutato. Tre anni fa è passato dalla Margherita - il partito del centrosinistra in cui militava - al Pdl portando trentamila voti. Li ha raccolti nel Salernitano di cui è originario da una ricca famiglia di imprenditori. È stato fino a qualche mese fa sindaco di Pontecagnano Faiano, carica da cui gli deriva l’influenza elettorale. Nel Pdl, però, arrancava. Frustrato, ha cominciato a sgomitare. Di qui, la pugnalata a Caldoro e, quando Cosentino si è ritirato, l’incontro a brutto muso con Verdini dal quale pretendeva di essere lui il candidato alla presidenza della Regione. Nell’intercettazione che lo incastra, Sica ha detto: «Racconto tutto dall’estate del 2007 in poi. Ditelo al presidente (il Cav, ndr). Non sono come la puttana di Bari». Ossia, non mi si liquida alla stregua di una D’Addario che, dopo una notte a Palazzo Grazioli, esigeva una concessione edilizia mai ottenuta.
Il giornalista della Stampa gli ha chiesto il perché del paragone con «la puttana di Bari». «Questo intendevo - ha risposto -. Silvio è buono, non mi può fare buscare tutta la vita». E quale il significato di «adesso racconto quel che mi è successo dal 2007?». «Nel senso - replica l’impunito -: mi sono stancato. Me ne vado. Non tanti hanno il mio coraggio».
Insomma un tipo senza vergogna. Il problema ora è questo: come fa il Cav a circondarsi di simili ceffi? Anche lui - come quel Gianpi Tarantini tenutario delle escort - è stato conosciuto dal Berlusca in Sardegna. Sica era ospite di un imprenditore campano che aveva affittato la magione di Paolo Berlusconi, confinante o giù di lì con Villa Certosa. Si sono incontrati e hanno parlato di politica. L’Ernesto, craxiano in gioventù, poi demitiano e margheritino, si è invaghito del Cav e ha fatto il salto della quaglia. Il premier gli ha dato il dito, Sica si è preso la mano e ora minaccia. Verrà mai il giorno in cui Berlusconi, soppesata certa gente, la prenderà a calci nel sedere e chi s’è visto s’è visto?