L’ultimo regalo di Pecoraro Scanio: una regione devastata dai cinghiali

Agricoltori in rivolta in settanta Comuni del Lazio per un decreto dell’ex ministro che limitava la caccia agli ungulati. Oggi scatenati sui campi

Gli agricoltori dell’alto Lazio sono imbufaliti, ma stavolta la colpa è dei cinghiali. «Niente a che vedere con i tipici esemplari maremmani, comuni negli Appennini - spiega Alessandro Perotti, imprenditore di Amatrice (Rieti) -. Da un anno buono a questa parte sta imperversando una nuova razza, che prolifera indisturbata, più aggressiva. E vivono anche più a lungo». Una settantina di comuni, compresi anche nei territori di Umbria, Abruzzo e Marche, patiscono l’emergenza. Migliaia di esemplari, in assenza di lupi e orsi, attaccano colture e piantagioni. «Ettari su ettari devastati, dal mais alle patate - certificano Coldiretti e Confederazione italiana agricoltori -. I danni? Visto il numero di attività coinvolte, parliamo di milioni di euro». E mentre il sindaco di Amatrice, Carlo Fedeli, inquadra il problema come «un’autentica piaga per l’economia locale» e invoca l’aiuto della direzione del Parco Gran Sasso - Laga per «mitigare le difficoltà», loro, gli agricoltori svegliatisi con i terreni sottosopra e il grano schiacciato come se di notte ci fossero atterrati sopra gli alieni, gli infaticabili agricoltori laziali un nemico da impallinare, oltre al mammifero di cui sopra, ce l’avrebbero: Alfonso Pecoraro Scanio. A sentirli, infatti, sono furibondi per via di quel decreto legge che allarga le zone di protezione speciale e intanto restringe i periodi riservati agli amanti delle doppiette. Un provvedimento varato due estati fa dall’allora ministro dell’Ambiente, sotto le pressanti spinte del variegato mondo ambientalista e animalista, e celebrato come «un segnale all’Europa». E nel 2007 un regolamento della Provincia (di centrosinistra) alquanto miope, perfettamente «in linea» con il decreto, ha completato il disastro.
Già, ma ora che l’Alfonso strenue difensore degli ungulati non alloggia a palazzo Chigi e nemmeno foraggia le sue battaglie dai sedili del Parlamento, pure le associazioni dei cacciatori vorrebbero fargli la pelle, proprio ora che s’è dato alla macchia. Parola dei vertici di Federcaccia e Arcicaccia, che chiedono «soltanto un piano di abbattimento ragionato. I cinghiali, quando è consentito cacciarli, si rifugiano nelle aree protette; poi, una volta terminata la stagione, tornano a girare liberamente e a far razzie. La politica dei “no” ad ogni costo dimostra tutti i limiti di un sistema legato ad interessi di bottega, come l’ultimo decreto Pecoraro Scanio». C’è un’altro particolare, però, che forse fa Verde (di rabbia) il ministro rimasto senza pass per Montecitorio. Assistere alla resa del collega di partito Filiberto Zaratti, seduto sulla poltrona dell’assessorato all’Ambiente della Regione Lazio, ben disposto ad accogliere le richieste degli agricoltori a proposito di prelievi faunistici e abbattimenti selettivi. Poi c’è la questione indennizzi. Solo nel Viterbese i danni da cinghiali «d’assalto» hanno superato il milione di euro tra il 2006 e il 2007. Quest’anno andrà sicuramente peggio. Mentre la giunta di Piero Marrazzo ha risarcito gli imprenditori colpiti dall’emergenza con meno di 400mila euro, e in due tranche.
P.s. ai coltivatori insonni: secondo un’altra legge fatta con gli zoccoli, è reato allontanare con una torcia, a notte fonda, i cinghiali che mandano in poltiglia il raccolto. La multa, quella sì, è da incubo (102 euro).