L’ultimo sì al federalismo nuovo test per la maggioranza

Riforma alle battute finali nonostante l’ostruzionismo dell’opposizione. Castelli: «Gli alleati rispetteranno i patti»

da Roma

È cominciata in sordina, in una Camera semideserta, la discussione generale sulla devoluzione, arrivata alla quarta e decisiva lettura. Pochissimi i deputati presenti in Aula, soprattutto quelli dell’opposizione, decisi a continuare sulla strada dell’ostruzionismo. Ed è per questo che Ds e Margherita hanno chiesto l’ampliamento della discussione, senza limitazioni nelle iscrizioni a parlare. Perché nonostante le intenzioni dell’Unione, essendo ormai arrivati all’ultima lettura, il regolamento della Camera non prevede la possibilità di presentare emendamenti e restringe di molto i tempi degli interventi. Insomma, almeno sulla carta, l’iter della riforma federale dovrebbe essere rapidissimo. Lo sa bene il capogruppo dei Ds Luciano Violante, che ribadisce l’intenzione di andare avanti con l’ostruzionismo («interverremo tutti») ma ammette che «è possibile che si arrivi all’approvazione già mercoledì», perché «c’è una sola votazione da fare».
Tanto interesse per la data in cui la devoluzione sarà votata non è casuale. Con il dibattito sulla legge elettorale ancora in corso all’interno della Casa delle libertà, la riforma federale rischia infatti di diventare un vero e proprio banco di prova per la tenuta della maggioranza. Come ha confermato domenica Roberto Calderoli, «le due questioni sono strettamente legate» e il problema è che la querelle sulla riforma elettorale «non potrà risolversi prima di mercoledì, giorno in cui Fini torna da New York». Cosa farà, dunque, l’Udc nel caso in cui il voto sulla devoluzione arrivi prima del redde rationem sul proporzionale?
A sentire Pier Ferdinando Casini, i centristi non sembrano essere sul piede di guerra. Secondo il presidente della Camera e leader dell’Udc, infatti, «se sarà possibile l’approveremo direttamente questa settimana». Come a dire che a via Due Macelli non stanno pensando di fare le barricate. Anche perché, nel caso in cui il voto sul federalismo non andasse a buon fine, è chiaro che la Lega avrebbe una sola strada da seguire: «uscire dal governo e dalla maggioranza» (parole di Roberto Maroni), con tutte le conseguenze che ne derivano. E per l’Udc non sarebbe facile spiegare il suo voto contrario, considerando che la devoluzione è nel programma di governo e, soprattutto, che si è già espressa a favore in tre precedenti votazioni in Parlamento. Sarà anche per questo che Roberto Castelli si dice «convinto che gli alleati rispetteranno la parola data», perché «noi siamo in questa maggioranza per la devoluzione».
Il legame tra riforma federale ed elettorale è pure uno dei leit motiv degli interventi dell’opposizione. Così, nell’Aula deserta, davanti al ministro delle Riforme Calderoli e al sottosegretario Nuccio Carra, lo sparuto gruppetto di deputati dell’Unione punta il dito contro «l’elemento di ricatto nella Casa delle libertà». «Prima si vota la devoluzione - attacca la ds Sesa Amici - e poi la legge elettorale». «Bisogna dare l’allarme - le fa da coro il verde Marco Boato - a tutta l’opinione pubblica: le riforme elettorali vanno fatte a larghe maggioranze e qui invece si sta andando avanti in maniera unilaterale».
Il dibattito riprende oggi, con l’opposizione che continuerà l’ostruzionismo. Un elemento che potrebbe rivelarsi determinante, visto che Casini potrebbe decidere di utilizzare la formula dell’«apprezzate le circostanze» e rinviare il voto a ottobre. La partita, dunque, è ancora aperta.