L’ultimo saluto agli alpini: «Morti per la pace»

RomaGli applausi, il silenzio e il canto degli alpini. E poi la marcia funebre In pace per la pace, ancora più struggente proprio per quel silenzio di sottofondo, il segno di rispetto di una folla di migliaia di persone per gli ultimi quattro caduti in Afghanistan.
Alpini, brigata Julia, il più grande aveva 32 anni, Gian Marco Manca, di Alghero. Il più giovane 23, il caporalmaggiore salentino Marco Pedone.
La basilica di santa Maria degli Angeli era stata la cornice dei funerali dell’ultima vittima della missione afghana appena tre settimane fa: il capitano Alessandro Romani. «Profeti del bene» li chiama nella sua omelia monsignor Vincenzo Pelvi, ordinario militare. Perché mentre fuori da questo angolo di dolore il tema Afghanistan diventa politico, per i parenti delle vittime le parole dell’ultimo saluto ai loro figli, fratelli, mariti, sono l’unico conforto: i caduti erano in missione «per difendere, aiutare, addestrare», ricorda monsignor Pelvi, testimoni «dell’amore al servizio dei più deboli».
In piazza della Repubblica tre ali di folla sono trattenute dalle transenne. Un secondo applauso parte sommessamente quando le bare escono di nuovo dalla basilica. Una donna sventola un’enorme bandiera tricolore.
L’agguato, sabato, nella valle del Gulistan rivendicato dai Talebani, ha portato via anche un ragazzo di 26 anni, Francesco Vanozzi, di Pisa, e Sebastiano Ville, siciliano di Francoforte, in provincia di Siracusa, entrambi caporal maggiori. Sono giovanissimi i commilitoni arrivati a Roma dalla Sicilia, dalla Sardegna, dalla Campania e dalla Toscana. Ma ci sono anche vecchi alpini arrivati a salutare quei ragazzi che ora si vedono in qualche foto portata a mano dai familiari, l’orgoglio esposto dei visi dei loro «eroi per sempre».
In prima fila accanto ai parenti, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: abbraccia e saluta uno a uno i familiari, si siede, poi ancora torna da loro al momento del segno della pace. Poi il ministro della Difesa Ignazio la Russa, i presidenti di Camera e Senato Fini e Schifani, il sottosegretario Gianni Letta. I ministri Frattini, Prestigiacomo, Bossi. Tutti i partiti hanno inviato un loro rappresentante. Nessuna dichiarazione, qui sono le istituzioni a parlare, il ruolo è uguale per tutti, senza distinzione di colore politico.
Per l’Afghanistan si inizia a discutere di ritiro, ma dall’omelia arriva un invito a non scegliere sulla base delle emozioni: «la parola pace», dice il vescovo militare, «non può essere considerata come un prodotto tecnico». È in gioco «l’assunzione di impegni condivisi per scalzare alla radice le ricorrenti tentazioni terroristiche». Di fronte a questo, «nessuno può rimanere neutrale o affidarsi a giochi di sensibilità variabili».
Anche Napolitano ha difeso ieri i militari italiani: gli alpini erano in missione militare ma contemporaneamente «civile e costruttiva - la sua dichiarazione in una nota - non per recare offesa alla libertà di un altro popolo né per risolvere con una guerra una controversia», ma per dare «risposta» a un impegno internazionale». Questi soldati «fanno onore all’Italia», e «ogni legittimo confronto politico non può prescindere dal rispetto per il sacrificio di tutti i caduti». Il «frutto» di questi sacrifici è nell’interesse «della pace». Oggi alla Camera il ministro la Russa riferirà all’aula. Si discute della dinamica dell’agguato ma anche del ritiro: nel corso del 2011, se «larga parte della zona ovest» sarà «riconsegnata al governo afghano», ha ragionato La Russa a Porta a Porta, la exit strategy potrà partire.