L’ultimo schiaffo di Gianfry: resterò a guidare la Camera

Il numero uno di Montecitorio non molla la poltrona anche se ormai glielo chiedono tutti, persino i suoi

Roma - Resistere, resistere, resistere. Gianfranco Fini fa il Borrelli e scaccia come una mosca l’ipotesi di lasciare la presidenza della Camera. «Tranquillizzo tutti: fino a quando dura la legislatura continueremo a vederci per gli auguri di Natale - dice durante il brindisi di Natale con i dipendenti della Camera -. Le istituzioni restano, gli uomini passano, sono tutti pro tempore». Tutti tranne lui perché resta aggrappato alla poltrona più alta di Montecitorio nonostante cresca il plotone di chi gli chiede di sloggiare da lì, quanto meno per decoro istituzionale. Non solo gli avversari perché ora cominciano a farsi sentire anche tutti gli altri, compresi i suoi nuovi «compagni» di strada. Ieri per esempio sull’Unità compariva un articolo a firma Francesco Piccolo: «Se Fini alla Camera è poco garante». Svolgimento: «Un partito di sinistra nobile e forte... avrebbe chiesto le dimissioni del presidente della Camera; perché era una scena che sfiorava i limiti della decenza della democrazia, quella di veder sfilare i dissidenti del partito di Fini con gli occhi bassi, perché se li alzavano lì, sopra di loro, non c’era chi li doveva proteggere, ma colui che avevano tradito». E ancora: «La sinistra, se vuole essere garante dell’etica democratica, deve lottare per difenderla ogni volta, anche quando è meno conveniente. Poi tocca a Fini decidere cosa fare. Ma senza la nostra complicità».
Insomma, Fini scaricato pure dalla sinistra. Anche il Quirinale pare abbia arricciato il naso sulla disinvoltura istituzionale di un presidente della Camera fondatore di un partito che arriva a chiedere in un comizio le dimissioni del presidente del Consiglio e i tifosi del passo indietro aumentano giorno dopo giorno. Le dimissioni di Fini sono state chieste dal direttore di Repubblica Ezio Mauro lo scorso ottobre; da Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera, dal Foglio, dal Riformista e persino tra alcuni suoi supporters. Roberto Menia lo confessò mesi fa: «Dissi a Gianfranco che non avrebbe dovuto accettare l’incarico e restare a far politica nel Pdl». E oggi pure una vasta area di intellettuali amici comincia a ragionarci su: da Alessandro Campi a Sofia Ventura. E da uno studio commissionato dal Fli pare che molti elettori gli chiedono di lasciare la poltrona.
Ma se anche nel suo entourage si parla di dimissioni, Fini taglia la testa al toro e per adesso le esclude, tutto preso da altre grane. Andata a vuoto la spallata a Berlusconi, infatti, Fini è diventato la ruota di scorta di Casini. Il quale gli ha imposto di mettere un freno al suo antiberlusconismo viscerale. Cosa che al presidente della Camera risulta ardua visto che ieri ha risposto per le rime al premier, accusandolo di «raccontare barzellette». Il casus belli è una dichiarazione di Berlusconi per cui l’iter della legge sulle intercettazioni sarebbe stato bloccato da un accordo tra Fini e i magistrati. Ma al di là dell’ultima polemica due incubi tolgono il sonno a Fini. Il primo è il rischio-urne. Il secondo è perdere altri pezzi. A far da calamita proprio l’ex Fli Silvano Moffa, che oggi parteciperà a un summit tra i sottogruppi che hanno votato la fiducia al governo Berlusconi. Un vertice che raccoglie 22 deputati a cui - assicurano fonti della maggioranza - se ne aggiungeranno altri. L’iniziativa, promossa da Saverio Romano, leader del Pid, ha come obiettivo quello di costituire un gruppo vero e proprio - magari federato - per poter rimescolare la geografia delle commissioni. Attualmente, infatti, il centrodestra è in minoranza in ben cinque commissioni e in pareggio in altre quattro. E siccome ogni gruppo dev’essere rappresentato in ogni commissione, quello della «responsabilità» potrebbe regalare al premier l’agognata autosufficienza.