L’ultimo schiaffo a Mani pulite: assolto Pacini

Il banchiere riconosciuto innocente anche dalla Cassazione. Di Pietro aveva chiesto il rinvio a giudizio per corruzione

Stefano Zurlo

da Milano

Ormai è una pagina di archeologia giudiziaria: il cosiddetto «closing» di Enimont è l’ultima inchiesta chiusa da Antonio Di Pietro prima di sfilarsi la toga, fra polemiche e misteri, nel dicembre ’94. Ma era anche una tegola sulla testa di Pierfrancesco Pacini Battaglia, il banchiere «un gradino sotto Dio», al centro di molte indagini di Mani pulite 1 e 2. Ora quell’accusa è caduta. Definitivamente. La Cassazione ha confermato la sentenza della corte d’appello di Milano che aveva assolto Pacini Battaglia perché il fatto non costituisce reato.
In sostanza, Di Pietro e il Pool avevano ipotizzato una speculazione sulla vendita del pacchetto di azioni Enimont detenuto dalla Montedison. Per questo Pacini Battaglia era stato messo sotto inchiesta per corruzione insieme ad alcune persone che oggi non ci sono più: Gabriele Cagliari, morto suicida a San Vittore, infilando la testa in un sacchetto di plastica; Battino Craxi scomparso ad Hammamet nel gennaio 2000; il cassiere del Psi Vincenzo Balzamo, stroncato da un infarto agli albori di Mani pulite; il numero uno del gruppo Ferruzzi Raoul Gardini, uscito di scena con un colpo di pistola.
Come si vede, parlare di questa storia vuol dire tornare ad un’altra epoca, ormai superata anche se forse non metabolizzata dal Paese. Il banchiere toscano, padrone della banca ginevrina Karfinco, aveva scelto la strada del rito abbreviato ed era stato giudicato in solitudine. In tribunale era stato condannato a 2 anni di carcere, in appello il verdetto è stato ribaltato. Il motivo? Gli avvocati Alessio Lanzi e Franco Coppi hanno dimostrato che il finanziere agì senza dolo: fu effettivamente l’intermediario fra la Montedison e il mondo politico e attraverso la Karfinco accreditò agli esponenti dei partiti e portaborse vari 10 milioni di dollari, pari a oltre 13 miliardi di lire: l’obolo, destinato a foraggiare la nomenklatura, che la Montedison aveva incassato dall’Eni attraverso la speculazione sulle azioni Enimont. Ma Pacini Battaglia non conosceva l’origine della provvista. Ora questa storia va in archivio.
I difensori del banchiere torneranno però presto in Cassazione, per l’ultimo atto di un’altra indagine «storica», quella sui fondi neri dell’Eni, pari a 120 miliardi delle vecchie lire: questa volta la condanna c’è ed è pesantissima. Sei anni per appropriazione indebita. In appello gli avvocati avevano sottolineato l’aiuto dato da Pacini Battaglia al Pool e presentato le dichiarazioni rese da alcuni testimoni eccellenti: i pm Francesco Greco, Piercamillo Davigo, Gherardo Colombo, il gip Italo Ghitti. L’accusa, rappresentata in aula dal pm Fabio De Pasquale, ha letto i fatti in tutt’altro modo: «L’imputato ha collaborato quel poco che gli consentiva di continuare a fare quello che aveva sempre fatto». I giudici hanno condiviso questa interpretazione e non gli hanno concesso le attenuanti generiche: così non è scattata la prescrizione.