L’ultimo sfregio a Eluana: fotografata mentre moriva

Nella stanza della clinica entrati il medico, un’infermiera un fotografo e una giornalista. Ora sono tutti indagati. Il protocollo vietava ogni tipo di immagine, De Monte: "Solo documenti clinici"

C’eravamo abituati a quel suo sorriso solare. Era l’unica foto che Beppino Englaro aveva voluto far circolare in questi diciassette lunghi anni di sua figlia Eluana. Ecco perché consideravamo un po’ tutti quella foto qualcosa di simile a un’immaginetta sacra. O a una di quelle istantanee un po’ ingiallite di una persona cara, tenuta nel portafoglio da chissà quanto tempo. Che si vuole ricordare così com’era, nel fiore degli anni e della vita.

Invece siamo costretti a svegliarci di soprassalto e a scoprire che è entrata in circolazione, violando una ben precisa disposizione, un’altra Eluana. L’Eluana della «Quiete» di Udine, sul letto dove avrebbe esalato l’ultimo respiro. L’Eluana delle polemiche. L’Eluana della morte per fame e per sete. Ci ha pensato l’anestesista Amato De Monte, sì, proprio il medico che ha accettato di accompagnarla a morire per rispettare una sentenza della magistratura italiana, a scattare e a far scattare quelle foto. Le foto dell’altra Eluana.

Le ha scattate lui e le ha fatte scattare da un professionista del grandangolo e dello zoom, tale Francesco Bruni. In più, sempre De Monte, sì, proprio la stessa persona che aveva dichiarato di sentirsi «devastato come uomo e come medico», accompagnando Eluana a morire da Lecco a Udine, ha aperto la porta anche a una giornalista della sede Rai di Udine, Marinella Chirico. Che poi, nelle ore successive, ha dispensato interviste per, citiamo testualmente le sue dichiarazioni rese agli investigatori, «controbattere alle false e inaccettabili illazioni sulle effettive condizioni di Eluana».

Risultato ci sono quattro indagati per questi fatti: De Monte, il fotografo professionista, la giornalista Rai e la compagna di De Monte, l'infermiera Cinzia Gori che, nel fatidico giorno dell’insolito reportage ha introdotto nella stanza di Eluana quelle macchine fotografiche e quegli ospiti che il protocollo vietava. Prima ancora che quest’ultimo deprimente e sconfortante strascico alla già grama vicenda di Eluana, entrasse nell’orbita mediatica, puntuale e impeccabile come sempre l'avvocato Giuseppe Campeis, sì, proprio il legale che ha salutato alcuni giornalisti il giorno prima della sepoltura di Elauna con una cena in grande stile nella magione avita alle porte di Udine, si è sentito in dovere di precisare ciò che non gli era ancora stato chiesto di precisare. Ovvero che «le foto sono state autorizzate da Beppino Englaro» per finalità di documentazione clinica, come corredo della cartella clinica. E che la famiglia Englaro si riserva ogni azione giudiziaria a tutela della privacy di Eluana se dopo queste iniziative delle forze dell’ordine le foto dovessero essere rese pubbliche». Le foto, precisa ancora Campeis «sono state date dal medico a Beppino Englaro che non ha alcuna nessuna intenzione di consegnarle senza un atto di sequestro». Dopo i battibecchi, dopo le uscite recenti di papà Beppino, sì, lo stesso uomo che aveva giurato «di non parlare più dopo la liberazione di Eluana» rimaniamo attoniti davanti a quest'altra novità che non aiuta certo a rasserenare gli animi. Ma che, al contrario, ci pare l’ennesimo affronto, «scientificamente e clinicamente» compiuto sulla pelle di Eluana. Per i carabinieri quanto emerge dalle indagini si configura come un reato: la violazione dell'articolo 650 del codice penale, che punisce l'inosservanza dei provvedimenti dell'autorità.

Ma se ci fosse un Codice Morale forse la fotografia, che uscirebbe dalla camera oscura dove Eluana è stata condannata a morte, sarebbe sbiadita e sfuocata. Come le coscienze di taluni primattori che hanno calcato questo surreale palcoscenico di una morte annunciata e documentata.