L’ultimo slogan degli anti-Cav: noi l’alternativa

RomaPer il lungimirante Beppe Grillo la vera alternativa era Letizia Moratti: solo dieci giorni fa, tastato sagacemente il polso alla città, il comico genovese urlava dal palco in piazza Duomo: «La Moratti ha già vinto! Chiunque con 20 milioni di euro come lei diventa sindaco!». Tanto più che «la sinistra gli ha messo contro un signore di 60 anni che non gliela fa», ossia Pisapia (peraltro più giovane e pure più magro di lui, a voler essere altrettanto razzisti).
Ieri, all’indomani dell’exploit di Pisapia, l’azzeccata profezia grillesca veniva rievocata in casa Pd a riprova dell’acume politico del personaggio: «E noi dovremmo andare a inseguire uno così? Per farci che?», si chiedeva irritato un dirigente. Grillo comunque resta convinto che il suo movimento potrà continuare a lucrare voti solo restando fuori da ogni schieramento (e possibilmente, insinuano i Radicali di Pannella, con Berlusconi al governo): «Destra e sinistra sono uguali. Fantasmi», è il suo verdetto. Pure De Magistris, già sua creatura, ora gli fa un po’ senso, perché è entrato in un partito (Idv) che «non ha risolto la questione morale». E soprattutto perché a Napoli ha lasciato al palo i grillini, fermi ad un misero 1,75%.
Bersani usa toni morbidi coi seguaci del comico (perché alla vigilia di esiziali ballottaggi ogni voto va blandito, e da varie parti i Cinque stelle valgono quanto o più del terzo polo), ma l’avanzata grillesca è un bel problema con cui fare i conti, in vista di future alleanze per «l’alternativa». Parola che ieri è tornata sulla bocca di tutti, nel campo antiberlusconiano, in cui ognuno rivendica il proprio ruolo essenziale per costituirla. Nonostante i risultati spesso molto in chiaroscuro. Sia Nichi Vendola che Antonio Di Pietro, ad esempio, possono rivendicare alcuni netti successi politici, ma sul piano elettorale le cose sono un po’ diverse, e ridimensionano assai le loro speranze di condizionare il Pd. Il leader di Sel porta a casa la smagliante affermazione di Giuliano Pisapia (candidato da lui appoggiato fin dall’inizio, mentre il Pd come si sa cercò di osteggiarlo) e quella del giovane Massimo Zedda che va al ballottaggio a Cagliari. Al di là dell’affetto personale verso Zedda o Pisapia, per Vendola la questione è di metodo: i due sono la riprova che le primarie di coalizione sono uno strumento vincente, cui il Pd non può più dire di no. E se le amministrative (come spera Sel) accelereranno le elezioni politiche, Vendola può ancora puntare a candidarsi per la premiership del centrosinistra. Le liste del partito, però, non sfondano: non vanno mai sopra il 5%, insidiate da grillini e da Rifondazione, che resiste attorno al 3%.
Quanto a Di Pietro, le liste dell’ex pm pagano un prezzo ancora più alto a Grillo, col cui humus elettorale populista c’è più affinità. E l’8% delle Europee 2009 è ormai solo un lontano ricordo: ora si oscilla pericolosamente tra il 3 e il 4%. Senza contare che l’affermazione di De Magistris lo rafforza nel partito, e i due ex pm come è noto si detestano.
Chi si rafforza decisamente nel suo partito, invece, è proprio Bersani: ieri la bandiera della fronda è stata ufficialmente ammainata da Veltroni, che riconosce gli «ottimi risultati» e nega che ora serva un «dibattito» interno. Anche la tutela dalemiana sul segretario appare superata: ora solo una sconfitta di Pisapia al ballottaggio potrebbe rompere l’incanto. Quanto a con chi fare l’alternativa a Berlusconi, nello stato maggiore Pd sembra tornare a far capolino l’antico (e non proprio fortunato) amore per la «costola della sinistra»: meglio Bossi di Grillo.