L’ultimo stadio

Il mio amico Giancarlo Lehner diceva che ammiravo Francesco Saverio Borrelli quanto schifavo il resto del Pool: aveva ragione. Dopo tanti anni ho da confessarlo. Di Borrelli avevo in mente il padre Manlio, un dannunziano col monocolo e il fisico da ufficiale di cavalleria, nietzschiano della prima ora e buon amico di Indro Montanelli; di Borrelli avevo in mente l’educazione austro-ungarica, le vacanze in Engadina, gli studi musicali, la borsa di studio che lo portò a Bayreuth, lui frastornato da quel mito wagneriano che pure aveva ammaliato suo padre, lui d’inclinazione rigorosamente classica e al tempo stesso disperatamente romantica, una passione che accrebbe la sua indecisione sul che fare: si diplomò al conservatorio e si laureò in giurisprudenza nello stesso anno, e il titolo della sua tesi spiega tutto: «Sentimento e sentenza». Io di Borrelli avevo in mente la sorella sposata col musicologo Roman Vlad, il fratello già consigliere dell’Opera di Roma con tanto di casa a Capalbio, avevo in mente l’eloquio perfetto, lo snobismo fantastico, la spettacolare vanitas, la pupilla lievemente dilatata mentre risuonava la fanfara della rivoluzione e il Götterdämmerung della Prima Repubblica, io avevo in mente questo: e lo combattevo con tutto il mio onore. Potete immaginare come mi sento, ora, a vederlo lì che si barcamena col Moviolone, con Moggi, col giuoco del pallone.