L’ultimo tabù della tv

Il «caro estinto» è sempre più caro. Come il caffè e le zucchine. Questo - più o meno - il contenuto dei servizi dei tiggì nel giorno della commemorazione dei morti, il 2 novembre. La superficialità sembra un comandamento: meglio buttarla in vacca (è colpa del governo anche il morire), se no qualcuno potrebbe addirittura riflettere sul senso della vita. Non sia mai. Il piccolo schermo decisamente non aiuta a capire l'evento che pure coinvolge, intimamente, milioni di italiani. Non che la tv non si occupi della morte. Se ne occupa fin troppo, ossessivamente, ogni giorno ci rovescia in casa una valanga di morti ammazzati e varie scene di macelleria. Addirittura con punte di horror, perfino negli spot pubblicitari. Ma è la morte simulata, la dose omeopatica di morte che ci viene somministrata per aiutarci ad addomesticarla, a censurarla, a neutralizzarla (illusoriamente).
Secondo le statistiche ogni bambino italiano, prima di aver terminato la scuola elementare, vede in media in televisione 8.000 omicidi (ripeto: ottomila) e circa 100.000 atti di violenza (centomila!). Ma lo stesso bambino verrà accuratamente preservato da ogni contatto con la morte naturale, cosa che invece era del tutto normale nella famiglia patriarcale contadina che - solo fino a quarant'anni fa - era la più diffusa in Italia. Dove la nascita e la morte erano liturgie grandi e vissute da tutti. Insieme. Neanche la morte era uno spettacolo scioccante. La morte era parte del grande rito della vita. Quell'evento vissuto con l'antico cuore cristiano metteva in grado anche un povero contadino, che non era andato oltre il suo villaggio delle Langhe o del Salento, di «filosofare» come e meglio di Heidegger. La sapienza infatti non va confusa con l'erudizione o con le alchimie del sofista. La sapienza significa conoscere il perché delle cose, il senso dell'esistenza. E, anche se non erano mai andati oltre il proprio campicello e il proprio villaggio, la Bibbia bastava ai nostri vecchi per sapere ciò che conta.
Oggi una copia di un quotidiano - secondo i calcoli degli studiosi - contiene la stessa quantità di informazioni di cui disponeva un uomo nel Cinquecento nell'arco dell'intera esistenza. Ma possiamo dire che questa gran quantità di informazione ci rende saggi e felici? No. Ci rende solo informati. Ed essere solo più informati può essere anche disperante.
Oggi la morte è al tempo stesso un evento censurato e nascosto come evento reale, come esperienza personale, ed è un fatto esibito ossessivamente come finzione o come notizia (non è raro cenare - alla sera - davanti a immagini dei tiggì che mostrano cadaveri malconci, pozze di sangue e altri particolari analoghi). Cosicché l'effetto è narcotizzante: la morte viene esorcizzata come fosse un reality. Un mondo artificiale. È lo stesso meccanismo delle immagini televisive a produrre questo effetto.
Pierre Bordieu notava che «uno dei maggiori problemi posti dalla televisione è il rapporto fra pensiero e velocità». Tutti i meccanismi dei programmi televisivi sono fondati sulla velocità. Peraltro si sa che la soglia massima di attenzione del telespettatore è di circa 40 secondi (o giù di lì) e fare un discorso con tre passaggi logici è già un'impresa suicida che l'indomani l'Auditel castigherà. Per ottenere un buon risultato di share (su questo vive la tv) bisogna mantenere viva l'attenzione degli spettatori e ciò impone di passare alla massima velocità possibile da un'«attrazione» all'altra.
McLuhan ha spiegato che la prima azione della tv non avviene a livello dei contenuti, ma del medium stesso. I continui cambi di immagine e le sequenze sollecitano a ripetizione la nostra attenzione, ma senza mai permettere al cervello di concettualizzare, perché il nostro sistema nervoso ha bisogno di una maggior quantità di tempo.
Derrick de Kerchove in «Brainframes» ha spiegato come l'impedirci reazioni verbalizzate è particolarmente utile nel messaggio pubblicitario. Ma ormai il raffinato linguaggio della pubblicità ha assorbito e colonizzato tutti gli altri. I prodotti (compreso i tiggì) «sono concepiti» spiega Bauman «per ottenere il massimo impatto e una istantanea obsolescenza. Devono attrarre e sorprendere, ma possono contare su un arco di vita brevissimo». È quella che George Steiner definisce «cultura da casinò» dove «i giochi sono tutti veloci e si susseguono gli uni agli altri a ritmo serrato».
Aggiunge Bauman: «Questo è il gioco della vita come appare in tv. La cultura da casinò dell'istantaneità e dell'episodicità segna (anche) la fine della politica così come la conosciamo. La nostra è un'epoca di fast food, ma anche di persone che pensano e parlano a grande velocità».
Questo mordi e fuggi descrive la nostra stessa vita. Il nostro rapporto con gli oggetti. A differenza di ogni altra specie animale, che trova in natura la risposta a tutti i suoi bisogni, l'uomo è l'unica creatura il cui desiderio è sempre inappagato, perché è più grande di tutte le possibilità di appagamento esistenti.
La possibilità tecnologica attuale di produrre una serie infinita di oggetti da possedere e consumare permette di narcotizzare questa originaria insoddisfazione. Non potendo possedere l'oggetto di piacere infinito che bramiamo (l'Assoluto, Dio), tentiamo di possedere una infinita serie di cose, piaceri e persone. È la logica esistenziale del don Giovanni. Già sant'Agostino ne aveva colto la traiettoria: «Tu, o Signore, ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te».
La morte fa pensare alla finitezza di tutte le cose e all'infinità del nostro desiderio di vita. La morte ci parla della vita e di noi. Eluderne l'incombenza significa dunque fuggire da noi stessi che è la nostra occupazione quotidiana.
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