L’ultimo trucco della sinistra: fare la tinta ai leader

In principio era il dibattito sulla chioma del Cavaliere. Ai capelli di Silvio Berlusconi hanno attribuito ogni possibile maròn. Gli hanno rimproverato ogni alchimia chirurgica (manca solo che gli appioppino una terza coppa C), hanno deplorato fondotinta e make-up. Da sinistra, indignati puristi dell’acqua e sapone lo hanno trafitto di sfottò. Salvo poi cadere nella stessa tentazione: un’artificiale vanità maschile.
Già, quella che per Al Pacino era «il peccato preferito» del diavolo, è diventata anche il preferito a sinistra. Cura del particolare, amore per se stessi, invidia per quel prodigio di eleganza e criniera che è Massimo Cacciari: ognuno la chiami come gli pare, ma sempre di vanità si tratta. I tempi del proletario trasandato e del contadino pane e salame sono finiti. Qualcuno lo ha notato mercoledì in Parlamento, colpito dalla tonalità tricologica di Dario Franceschini. La chioma dell’ex leader del Pd, infatti, ha sperimentato ogni tipo di legname: rovere, tek, mogano, fino al palissandro. Nemmeno le librerie Expedit di Ikea lo battono. Forse i Billy, che sono pure rossi, bianchi e blu. Curato, pettinato e riservato, il capogruppo democratico alla Camera l’altro giorno tendeva al rossiccio, come in gioventù. O c’è l’aiutino, o le altalenanti sorti del Pd agiscono - oltre che sul suo umore - anche sulla sua pigmentazione. E con quei 75 compagni di partito di Area democratica che lo hanno scaricato, è normale che anche i capelli arrossiscano.
Eppure le peripezie cromatiche di altri tintori supposti o rei confessi si moltiplicano. Mastella definì il suo nero asfalto «innocente illusione di gioventù», mentre Prodi negò ogni «prodotto, naturale o sintetico» (anche lo shampoo?). Restano da chiarire le sospette screziature di Fassino e Bersani, così come la virata volpina del manto dipietrista di Franco Barbato, i cui ricci fulvi hanno fatto bella mostra in Parlamento solo recentemente.
A proposito di Idv, comincia a circolare anche la voce di un interventino estetico per l’agreste e virile Tonino. Quello, per intenderci, che definì il premier «in pieno delirio di onnipotenza, dal lifting al trapianto di capelli». A sussurrarlo è il sito Dagospia, che fa notare come la «fronte tonica» possa nascondere un ricorso al botox e come improvvisamente le palpebre cariche d’anni e di battaglie siano ringiovanite. Ah, non fate «cerca con Google: antonio+di+pietro+lifting», perché comparirà il sito di un tale Antonino Di Pietro dal titolo «Via le rughe senza bisturi»: solo curiosa coincidenza.
Resta comunque il falò delle vanità di una classe dirigente che sventola semplicità salvo curare poi ogni dettaglio, dall’occhialino del ministro leghista all’orecchino del governatore comunista. Ci si straccia le vesti se la Carfagna spalanca gli occhi e poi si corre dal visagista per il trucco. Giusto per evitare l’effetto-Calderoli, con quelle guanciotte rubizze da caldarroste mangiate di fronte al camino. Perché Nietzsche starà pure nel pantheon della destra, ma piace pure a sinistra. E «la vanità degli altri va contro il nostro gusto solamente quando va anche contro la nostra vanità».