L’ultimo viaggio di Matteo il tifoso ingegnere cresciuto nei centri sociali

Una diffida l’aveva tenuto lontano dai campi per tre anni proprio per gli scontri coi bianconeri del 2005 La madre: "È stato un incidente"

da Parma

Morire a 28 anni neppure compiuti in una splendida giornata di fine marzo, travolto da un pullman partito all'improvviso dopo una sosta all'autogrill. Un destino tragico, quasi beffardo, quello di Matteo Bagnaresi, un po’ ultrà, un po’ antagonista. Sugli spalti con i «Boys», o nei centri sociali come il «Mariano Lupo», portava il suo particolare senso di giustizia. Tifoso crociato sin da bambino Matteo aveva da poco riottenuto il permesso di andare allo stadio. Tutta colpa di quel brutto incidente del 6 gennaio del 2005, tra - manco a dirlo - ultrà parmigiani e bianconeri, in Parma-Juventus al Tardini. Matteo era stato raggiunto da un Daspo, il divieto a partecipare a manifestazioni sportive, della durata di tre anni.
In passato poi altre segnalazioni e denunce per manifestazioni non autorizzate e occupazioni: militante della sinistra antagonista, era attivo nell’ambito dei centri sociali di Parma, che fanno riferimento a «Mariano Lupo». Tracce di Matteo si ritrovano sul web, la sua firma per petizioni contro un inceneritore in città e un appello per la «liberazione degli antifascisti» arrestati l’11 marzo 2006 a Milano. Quando era ancora al liceo, anno ’98-99, classe V G proprio a nome dei «Boys» scrisse un articolo per il sito dello scientifico Ulivi, intitolato «Ridateci la dignità». Rivendicava il diritto di essere ultrà, galassia nella quale allora era entrato da un paio d’anni, e di «non dover essere per questo considerati vandali, teppisti senza ideali o a volte anche peggio». Si era convinto che in quel mondo c’erano «ferree norme non scritte» che «condannano qualsiasi forma di teppismo fine a se stesso o pestaggi sleali». Matteo era anche nel direttivo dei «Boys», fondati una mattina d’agosto di 31 anni fa, in osteria, da una cinquantina di ragazzi sui 15 anni che volevano diventare la risposta alle altre tifoserie organizzate. Nella loro storia hanno poi conosciuto pure gli scontri con le forze dell’ordine, come quelli del 4 maggio ’86, durante un derby con l’odiata Reggiana in cui furono 29 agenti feriti.
Matteo, figlio unico di un ingegnere che lavora alla Barilla, Bruno, e di una professoressa di scuola media, Cristina, Matteo era laureato in Tecniche della prevenzione sui luoghi di lavoro ed era occupato in una cooperativa che fornisce consulenza alle azienda per il rispetto della legge 626.
«Un bravo ragazzo», lo ricorda un vicino di casa dove Matteo abitava con i genitori e la nonna, davanti alla residenza della famiglia una villetta a schiera in via Guido Reni, alla prima periferia della città emiliana. «Un ragazzo d’oro, a cui volevo un mondo di bene», racconta commosso uno zio, che ha sentito la notizia alla radio ed è subito corso a Parma da Imola dove abita. «Matteo - aggiunge - è nato un giorno prima di mio figlio, l’ho visto crescere assieme al mio. È una tragedia incredibile». Quando due agenti di polizia sono andati a casa della famiglia per comunicare la tragedia, i genitori erano fuori. Sono stati rintracciati poco dopo e sono subito partiti per il Piemonte. Al rientro la madre, la commozione celata dietro un paio di occhiali scuri, scendendo dall’auto ha ribadito: «È stato un incidente».
Fuori i Boys, i suoi compagni di viaggio, che preferiscono non parlare. Il loro sito web, che ospita i loro comunicati e le loro iniziative, è fermo al 27 marzo. Ultimo invito: «Tutti a Torino». Matteo è andato con loro, ma non è più tornato.