L’ULTIMO WALTER

Caro Uolter, sia te che i nostri lettori sono abituati al fatto che nei momenti salienti della tua vita politica io ti scriva come si scrive a un vecchio amico. Non è un esercizio retorico: il solito Fellini che cito regolarmente, mi disse che tu hai la faccia del vecchio compagno di scuola con cui vorresti fare la gita di fine anno e io concordo. Oggi mi tocca scriverti nel momento della sconfitta, quella sarda, che ha determinato le tue rispettabili e dignitose dimissioni, lasciando il cerino acceso, a quanto leggo, a Franceschini, un po’ per tirarti fuori dalle botte e un po’ perché era la miglior cosa da fare. Il tuo acerrimo nemico D’Alema lo fece nel 2000 dopo la legnata alle regionali e lasciò il cerino acceso a Giuliano Amato che morendo lo lasciò a Francesco Rutelli il quale però fu abbandonato nel magazzino delle scope e nessuno si ricordò più di lui. Tu non corri il rischio del dimenticatoio, ma dovresti prima imparare a fare il leader, cosa per la quale hai una mezza vocazione, mentre l’altra mezza è rimasta nello stesso magazzino delle scope dove è conservato Rutelli. Cominciamo col dire che il tuo diretto concorrente, il baffoferrigno D’Alema, non ha sex appeal. Non dico fisicamente, che anzi può anche piacere alle signore segaligne e aristocratiche che abbiano avuto un’educazione particolarmente severa in un collegio di clausura, ma come elaboratore di idee: con tutte le sue fondazioni, centri studi, think-tank, brain storming e riunioni fumose, tutto quello che sa tirar fuori è una minestra riscaldata con dentro Bertinotti, riesumato dal cimitero degli elefanti e qualche altro rottame arrugginito con la falce e il martello: pas d’ennemis à gauche, va bene, ma qui siamo alla notte dei morti viventi. Parliamo di politica. Non ne hai azzeccata una ed è bene ripassare la litania: hai perso malamente le politiche nell’aprile del 2008 e nello stesso mese ti sei giocato sia Roma che il Friuli. Già vedi che non è normale. Poi a giugno hai riperso la Sicilia, che non era tua, ma lì la povera – si fa per dire – Anna Finocchiaro si è presa una ginocchiata nei denti per cui l’hanno dovuta ricoverare in rianimazione. Andiamo avanti? Abruzzo. Débâcle. La colpa la vuoi dare al povero Ottaviano Del Turco, che è una vittima e trattata anche male proprio da te e dal tuo partito, o dal cosiddetto «sistema» che si è andato incistando sul tuo partito per il quale la berlingueriana «questione morale» ha oggi il suono di una battuta macabra? Non so, parliamone. Comunque, era una legnata da mordere la polvere e tu l’hai morsa, quella polvere. Dopo di che la sberla di questa partita a poker che si è giocata in Sardegna, dove Berlusconi ha rischiato la faccia e dove tu e il candidato Soru le avete prese. D’accordo, Soru studiava da segretario, d’accordo un dalemiano di meno, tutto quello che vuoi, ma come vedi è la formula che non funziona e infatti tu, molto onestamente, hai fatto il passo indietro che non tutti sanno fare. Bene e bravo, ma in politica non c’è tempo per commemorazioni e consegna di medaglie: il gioco è duro, i duri scendono in campo e chi è mollo nei polpacci crolla. E tu sei crollato. Ora, tu sai che io, come quel vecchio pedante di Catone coi fichi di Cartagine, vado dicendo che la democrazia italiana senza la gamba sinistra non può correre. Dobbiamo a Berlusconi se la gamba destra che una volta non c’era ora c’è, ma senza un partito che sappia parlare al cuore e alla mente degli italiani di sinistra, la democrazia si atrofizza e non è un bello spettacolo. Dove hai sbagliato? Partiamo dall’intuizione giusta che tu hai sempre avuto: avendo un fratello che vive a New York e comperando le camicie botton down a Madison Avenue, hai capito che la democrazia americana è forte perché sa vendere prima di tutto gli ideali. Difatti tu hai copiato John Kennedy, hai copiato Bob Kennedy, hai copiato Martin Luther King, hai copiato Obama, hai dato una copiatina anche a Clinton e fra gli italiani ti sei degnato di copiare soltanto il don Milani della scuola di Barbiana, che compie il mezzo secolo e si vede. Intuizione buona, applicazione pessima, anzi perdente. Hai fatto anche qualcos’altro di buono: hai introdotto le primarie, sia pure partendo da quelle fasulle per Prodi e adesso il golem del tuo partito cammina e traballa da solo, con primarie in cui vincono gli outsider e perdono i dalemiani che prendono botte ovunque. Dunque c’è del buono, ma il risultato è perdente. Ora, chiediti: perché il Berlusconi dal tuo popolo tanto detestato, alla fine vince? Sex appeal? Certamente, ma non quello fisico. Il berlusconismo vince perché trasmette un messaggio e quel messaggio ha una forte valenza anche emotiva. E i risultati li vedi. E vedi anche i tuoi, di risultati. E allora? Allora, dico, poiché in fondo tu con Berlusconi, fatte le debite mosse di teatro, sei pappa e ciccia (guarda il regalino dello sbarramento al 4 per cento alle europee per ammazzare i piccoli e incipriare il crollo del tuo partito) perché non impari la lezione utile, che è quella di far sognare gli elettori, di inventarti un sogno, di dare una formula che non sia scopiazzata – e basta con «yes we can»! – e che faccia, mi perdonino le signore, arrapare politicamente il tuo popolo depresso, impolverato, con le pezze ai piedi e la rabbia macinata sotto i denti? Sì, d’accordo, ti sei dimesso. Dunque non tocca a te farlo. Ma tu sei un leader anche se a metà, perché per metà hai capito e l’altra metà non ti è entrata in testa. Prova dunque a far tesoro della sconfitta e imparare a fare il leader tutto intero e dare alla sinistra riformista, moderna, liberale o lib-lab, il messaggio giusto, facendo scattare le corde di quel cuore per ora impagliato che non batte più. Se non te, chi altro? Bersani? Ma andiamo: sembra Ferrini. D’Alema? Non fa palpitare i cuori neanche con la scossa elettrica della sala rianimazione. Dunque, vecchio mio, leccati le ferite e buttati in politica una buona volta. In fondo sarebbe ora.