L’ultrà Valentino «Deluso per Schumi più che dall’Inter»

«Ho chiamato subito Michael per stargli vicino. Hayden lepre, io cacciatore: l’Estoril non è la mia pista. Vorrei chiudere il mondiale a Valencia. E sarebbe il più difficile»

Benny Casadei Lucchi

nostro inviato a Estoril

Riccioli, abbronzato, visierina gialla, bracciale d’argento, pantalone bermuda, polo e, su tutto, gli occhi immensi e azzurri rubati a mamma Stefania. Occhi ipnotici. Occhi da grandi occasioni e, forse per questo, stavolta ancor più grandi. Occhi che ti fissano, ti inchiodano, ti scrutano e guardano lontano tanto sono concentrati sull’obiettivo: riprendersi questo fottutissimo mondiale. Valentino Rossi ha due Gp per giocarsi tutto e, qui a Estoril, dovrà evitare che il distacco da Hayden salga oltre i 25 punti dai 12 attuali, altrimenti addio speranze. Dovrà invece abbassarlo, azzerarlo, annullarlo questo divario, e semmai andare in fuga, per dare la zampata iridata fra due domeniche a Valencia. Da queste parti, Valentino ha vinto due volte ed è sempre andato a podio; forse per questo liquida di fretta la questione mondiale: «È da luglio che le mie gare sono tutte all’ultima spiaggia e lo sarà anche questa, anche qui non potrò calcolare, dovrò attaccare perché questo campionato si deciderà a Valencia all’ultima curva; io cacciatore e Hayden lepre, lui può contare su una Honda ed è coriaceo, ma nel corpo a corpo gli manca ancora la zampata vincente. Non è una delle mie piste preferite, ma questa sfida mi eccita».
Valentino saluta i giornalisti in sala stampa, monta in sella al suo scooter, duecento metri, parcheggia ed entra nel salottino del motorhome Yamaha. C’è una gara registrata in tv, sul canale Nuvolari, una sua gara, «me la mettete anche nel salottino?» chiede ai ragazzi della squadra mentre balza in piedi sul divanetto come un bambino in salotto. C’è sempre da imparare, anche da se stessi. E la domanda sorge spontanea.
Dicono che lei abbia un’intelligenza superiore alla media.
«Sì, sono d’accordo. Se superiore a molte persone non so, a molti piloti, però, sì».
Dicono che lei sia un leader.
«Sì, penso di avere buone qualità nel lavoro di gruppo, so motivare chi è con me... Come? Esponendomi sempre in prima persona, prendendomi tutte le mie responsabilità, e chi lavora con me sente queste cose».
Dicono che sia orgoglioso in modo incredibile.
«Assolutamente sì. Perché mi piace esprimere il mio potenziale al meglio in tutto ciò che faccio».
Dicono che sia permaloso.
«Sicuramente mi arrabbio quando le persone dicono di me cose che ritengo non vere; o quando chi lotta con me non è corretto. Però riesco sempre a tradurre la rabbia che mi prende in energia positiva da scaricare in pista».
Dicono che lei sia molto egoista.
«In uno sport come il mio l’egoismo diventa una dote. Però non lo sono nella vita privata».
Per esempio?
«Credo che sia importante aiutare le persone meno fortunate, soprattutto i bambini che hanno dei problemi. Lo sento come un dovere. E mi capita di aiutare un amico in difficoltà o la gente che se lo merita».
Dicono che lei sappia essere spietato.
«È mio dovere esserlo: l’importante è non diventare sleale. D’altra parte, mi faccio un mazzo così tutto l’anno, tanta gente lavora per me, essere spietati serve a battere l’avversario».
Dicono che, a volte, in pista, sia anche un po’ sadico.
«Cerco solo di vincere, ma non gioco con l’avversario. Semmai, adotto certi trucchi, certe tattiche per innervosirlo. Lo ripeto: ciò che conta è non essere sleali o scorretti. Forse per questo vado molto d’accordo con Capirossi: tra noi la lotta è senza esclusione di colpi ma sempre leale; con lui, che vinca o che perda, alla fine sono contento».
Ai tempi del «magari vado in F1», lei aveva detto che avrebbe corso in moto ancora un paio di anni. Uno è quasi terminato. Vuol dire che a fine 2007 farà come Schumi?
«Non mi aspettavo che Michael smettesse, pensavo facesse un altro anno. Però ha 37 anni, dieci in più di me; non so che cosa ci sarà nella mia testa fra dieci anni... Comunque penso che correrò ancora per diverse stagioni. In futuro mi piacerebbe fare delle gare d’auto...».
Per favore, non ricominci con la F1.
«Magari i rally...».
Farà quello di Nuova Zelanda, in novembre.
«Non è ancora sicuro però è probabile. Voglio vedere che cosa vuol dire disputare un rally vero, voglio testare il mio potenziale, l’impegno che richiede. Così, giusto per capire se, quando sarò un po’ più vecchio per le moto, potrò partecipare anche io».
Se dovesse riuscire ad acchiappare questo mondiale, dove lo andrebbe a inserire fra tutti i titoli vinti?
«Sicuramente, diventerebbe il mondiale più difficile fra quelli conquistati, perché ho combattuto contro la sfortuna, contro tanti problemi tecnici. Comunque, visto che è tutt’altro che vinto, aspettiamo a fare classifiche».
Lo scudetto alla sua Inter dopo Calciopoli?
«Mi ha reso totalmente indifferente; che ci sia o non ci sia, non cambia assolutamente niente perché non è stato vinto sul campo. Comunque, per quanto hanno fatto, non se lo meritavano neppure le altre squadre. Però, per me, la vittoria di uno scudetto vuol dire assaporare l’emozione dell’ultima partita, vuol dire far festa. Non è festa riceverlo in regalo, tre mesi dopo, perché altri sono stati squalificati».
Se la Yamaha, o la Honda a suo tempo, l’avessero fatta pedinare come l’Inter con Vieri?
Ride. «È stata veramente una mossa stupida: pedinare un calciatore che, tra l’altro, in quel momento stava giocando bene. E poi, perché farlo? Ognuno ha la propria coscienza: se uno pensa che andare a ballare non influisca sul proprio rendimento, può far quel che vuole».
La «sua» Ferrari a Suzuka, il motore rotto di Schumi...
«Mi sono svegliato apposta per guardare la gara; ormai sono un tifosissimo della Ferrari. E molto è merito di Stefano Domenicali, il direttore sportivo: se a suo tempo ho pensato di andare a Maranello è perché lui è una persona splendida. Questo per dire che quando il motore si è rotto ci sono rimasto troppo male... Neppure l’Inter mi aveva deluso così... Ho chiamato subito Stefano, poi ho fatto i complimenti a Michael perché ha detto belle parole. Penso abbia guadagnato un sacco di punti in Italia».
Lo sa che hanno applaudito la rottura della Ferrari?
«È normale, non mi stupirebbe fossero stati i tedeschi. È strano, ma umano: succede quando uno vince così tanto».
Non teme che succeda anche con lei?
Ride. «A me? Francamente, anche fosse, non me ne fregherebbe proprio niente».