L’ultrasinistra: sullo scalone in gioco la credibilità

da Roma

Se la maionese è «impazzita», bisognerebbe prendersela con il cuoco. Concetto basilare anche nella bassa cucina politica, e non sfuggito già la settimana scorsa a molti esponenti della Sinistra alternativa. Il capogruppo di Rifondazione alla Camera, Gennaro Migliore, per esempio, estenuato dall’ennesima richiesta di chiarimenti, cercava di spiegare: «Ma la nostra posizione è chiara, chiarissima. Rispettare i patti, rispettare il programma. Ergo: confermare l’abolizione dello scalone lì prevista. Un’altra posizione, altre subordinate? Come definirle, se il governo non ha formulato una sua proposta unitaria? Se nessuno si esprime, come facciamo noi a chiudere fin da ora i margini di possibili contrattazioni?».
Così ancora ieri sera il ministro rifondatore Paolo Ferrero si è trovato in tivù a dover constatare l’assenza di una «posizione unitaria del governo», in attesa di quanto decreterà Prodi al rientro dal suo viaggio in Israele. «Qui, sull’abolizione dello scalone, si gioca l’intera credibilità del governo», ha fatto sapere anche il Pdci di Diliberto, promotore di una «urgente riunione» con Prc-Verdi e Sinistra democratica per trovare «una linea comune sulla questione delle pensioni». Non abolire lo scalone, ha precisato il capo dei deputati Sgobio, «significherebbe venir meno a un impegno assunto davanti agli elettori e tradirne la fiducia». La consonanza con la posizione delle altre forze radicali è totale. O quasi, perché il summit urgente chiesto tramite agenzia non è stato molto gradito dai partiti-compagni. «Diliberto non si è degnato neppure di farci una telefonata di preavviso», la lamentela. Che ravvisava anche la necessità, da parte del bellicoso Pdci, di mettere in fuorigioco Mussi, chiamata a prendere posizione tra la linea radicale di Salvi e quella moderata di Angius.
Ma stanare o spaccare i mussiani al loro primo vero scoglio non sembra la tattica migliore per pesare di più nella coalizione e, magari, ottenere il massimo possibile nella partita pensionistica. Ne sono consci i Verdi, che difatti non hanno risposto all’appello e già da oggi si uniformeranno a una consegna del silenzio, per non interferire nella trattativa. «La nostra posizione è nota: abolire lo scalone e trovare un sistema di incentivi per i lavoratori e di tutela per i lavori più usuranti», ha ribadito il leader Alfonso Pecoraro Scanio, deciso a chiudere in fretta questo capitolo senza farsi trascinare in «contrapposizioni ideologiche», così da poter cominciare una «battaglia per i giovani e il reddito di cittadinanza». I Verdi sono preoccupati per l’«impazzimento» della maionese, e lo stesso sottosegretario all’Economia Paolo Cento vede i rischi di un «governo che fallisca l’obbiettivo di cancellare una riforma pensionistica ingiusta e iniqua». Su questa materia «non ci può essere il ricatto dell’ala moderata dell’Unione. O manovre poco chiare, tipo quella di Dini che mira a sostituire Prodi con un governo tecnico in autunno».
La situazione resta di una «gravità inaudita», ha spiegato il senatore Claudio Grassi, leader della minoranza interna di Prc. «Non si vede perché noi della sinistra abbiamo dovuto turarci il naso per rifinanziare l’Afghanistan, cedere sull’ampliamento Nato a Vicenza, ingoiare una finanziaria durissima, e il Pd si deve mettere contro l’abolizione dello scalone prevista dal programma. Questo è un punto di rottura tra le forze che compongono l’Unione intollerabile... Però siamo nel tritacarne: non possiamo far cadere il governo, nonostante l’evidente mancanza di credibilità e autorevolezza del suo capo». En attendent Prodì, alternative non se ne vedono, e anche la Sinistra spera in un accordo chiuso dal sindacato prima dell’estate. Prima cioè che la sessione finanziaria autunnale porti dalla maionese «impazzita» alle uova marce. Per tutti.