L’ultrasinistra va all’assalto per ottenere il ritiro da Kabul

Il Pdci vuole lasciare l’Afghanistan ma la Cosa rossa si sfilaccia: Mussi cauto, Boselli sorpreso, Migliore media. Forcieri, sottosegretario ds: "Diliberto irresponsabile"

Roma - Rossa, anzi a tratti rossa come il diavolo. Candida, anzi a tratti ingenua più di Biancaneve. La Sinistra alternativa continua a vivere sul pianeta delle fiabe, e non basta il blitz afghano per ridestarla e tirarla giù nel mondo reale. Duro, difficile, magari con tanti rospi da ingoiare. Ma dopo la dialettica tra Sinistra e resto dell’Unione, che in politica estera ha messo mille volte il governo alle pezze per questioni di «purezza pacifista», ecco aprirsi anche l’assurdo fronte interno. La dialettica tra sé e sé (addirittura peggiore di quella dei «senza se e senza ma»). Un «distinguo» sul ritiro dall’Afghanistan che «candidamente» farà sprofondare ancora una volta nel mondo dei sogni le prove tecniche di Sinistra unita. La cosiddetta «Cosa rossa».

La soddisfazione per il blitz che ha liberato gli agenti del Sismi dura pochi attimi. Il tempo che Fausto Bertinotti, da presidente della Camera, tiri un «sospiro di sollievo» e si fermi alla «soddisfazione per il rischio evitato», al banale «tutto è bene quel che finisce bene». Il dibattito però è aperto, e il rossissimo Oliviero Diliberto, segretario pdci, ha la fregola di tirare via le coperte. Mettere a nudo la Sinistra. Gioia, complimenti e auguri: dalla segreteria comunista esce il più classico (oseremmo dire trinariciuto) ordine di servizio: «Ritiro delle truppe dall’Afghanistan, ora più che mai». Concetto ribadito da Marco Rizzo, che non vuole fare «orecchie da mercante rispetto ai propri valori» e si chiede: «Se non ora, quando?». E da Manuela Palermi, che non riesce «neanche a pensare all’angoscia che sta vivendo la famiglia del militare italiano ferito, e mi chiedo che senso ha il rischio anche di una sola vita, rispetto a una guerra sbagliata e pure fallita...».

Già, che senso ha. Ora e sempre. Si desta il comunista dei lavoratori Marco Ferrando, piomba al galoppo Severino Galante, storico resistenziale. Persino il quasi dimenticato-eurodeputato Vittorio Agnoletto, sul cavallo candido. Di fronte a tanto spiegamento di forze, sembra un copione stantio quello dei «nyet» che arrivano dai guerrafondai Prodi, D’Alema, Parisi, Letta («Il ritiro delle truppe non esiste»), Di Pietro («Un Paese civile non può abbandonare gli aiuti») o Forcieri («Diliberto è irresponsabile»). La novità della favola infinita è che a gambe all’aria ci finiscono gli stessi compagni che, assieme a Diliberto e trinariciuti vari, dovrebbero presto rifondare il Sol dell’avvenire. Si stupisce così il socialista Boselli, per la «richiesta stupefacente di Diliberto», e per la pervicace «insistenza». Si angoscia Rifondazione, che con i prudenti capigruppo Migliore e Russo Spena predica da tempo una «soluzione politica» e il «rispetto dell’impegno per la Conferenza di pace». Si indispettisce vieppiù Fabio Mussi, della Sinistra democratica, per la «non opportuna» presa di posizione di Diliberto, «giunta mentre era ancora in corso il rapimento dei nostri militari». Ai compagni deviazionisti, Mussi spiega paziente come resti «legittimo che si possa discutere sul futuro della missione in Afghanistan, dove le cose non vanno affatto bene». Però, quando c’è una «minaccia grave per i nostri connazionali dobbiamo stare uniti e lavorare per tirarli fuori di lì».

Eppure il piffero di chi-è-più-a-Sinistra-di-te fa sempre strame di cuori. E cede in un batter d’occhi quello del rifondatore Fosco Giannini, senatore che già più volte ha negato (o era sul punto di negare) il voto alla maggioranza sul rifinanziamento bellico. Ormai un chiodo fisso. E uno sfogo accorato, più da candida Biancaneve che da Rossissimo trinariciuto: «Io sto con Diliberto, e auspico che per il prossimo voto sul rifinanziamento non ci siano solo gli otto ribelli dell’altra volta, che da soli non cambiano la storia. Chiedo quindi ai leader di essere conseguenti e non lasciare quattro disgraziati con il cerino in mano e sotto la spada dell’espulsione. Un governo di centrosinistra con dentro due partiti comunisti e con 150 parlamentari di Sinistra deve preparare solo la via d’uscita strategica dall’Afghanistan...». Vagli a spiegare, poi, perché a qualcuno sembrino persino troppi.