L’umanità dolente si mette in posa per Delbono

L’attore-regista propone ancora una volta raffinati assemblaggi di testi letterari e di citazioni musicali

Laura Novelli

Il corpo scheletrico di un uomo mascherato giace immobile dentro una grande scatola bianca. La sua magrezza, il suo dolore, la sua solitaria presenza parlano per lui, evocando un’immagine di morte che, racchiusa in quell’abbacinante chiarore, provoca per contrasto un senso di strenuo attaccamento alla vita. Questo buio feroce, l’ultimo lavoro di Pippo Delbono, inizia così. E immediatamente ci si rende conto che la strada intrapresa dall’artista ligure tocca qui territori diversi dai precedenti. Come se l’immaginario circense e l’energia corale di Urlo, Il silenzio, Gente di plastica avessero passato il testimone ad un disegno più pulito, più distillato, più sottile. Senza dubbio, la drammaturgia dello spettacolo si sorregge sulla materia prima di sempre: brani letterari di vari autori (in particolare un libro autobiografico dello scrittore americano Harold Brodkey, morto di Aids nel ’96, e alcune poesie di Emily Dickinson e Sandro Penna) si mescolano ad emblematici passaggi musicali (dall’aria «non lasciatemi morir» cantata dallo stesso Delbono alle canzoni di Joan Baez) e a momenti di pura, emozionante, coreografia. La visione d’insieme che se ne ricava rimanda però, più nettamente, al rigore della pittura, alla geometria di un sogno dove le immagini (complici gli straordinari costumi) affiorano caute dalla coscienza e si stagliano sul palcoscenico una alla volta: necessarie, raffinate, eloquenti. Bianco e nero, morte e vita, stasi e movimento, musica e silenzio, inferno e paradiso sono i poli oppositivi attraverso cui il regista costruisce questo struggente viaggio nel grottesco. Viaggio intriso di storia personale (basti pensare al recente monologo Racconti di giugno) e, soprattutto, di splendide intuizioni poetiche. All’interno delle quali trovano posto il malinconico struggimento del corpo consunto (bravissimo Dolly Albertin, anche nelle sue esecuzioni canore, così come bravi risultano tutti gli attori del numeroso cast), le inappellabili deformità del corpo «diverso», la stravagante eleganza dei corpi divisi tra maschile e femminile, la luminosa sensualità dei corpi esibiti (dalla soubrette in abito lungo allo stesso Delbono, prima vestito di bianco e poi ballerino di una danza dalla gestualità lieve ma incisiva). Un quadro succede all’altro. Un quadro dà ragione dell’altro. Il biancore abbacinante della scena spoglia (tale da ricordarci alcuni lavori della Societas Raffaello Sanzio e dei Magazzini) sembra assorbire in sé questa umanità dolente; sembra partorirla dal nulla come una processione dell’anima che alterna, al passo leggero di Arlecchino/Bobò, le urla disperate di chi vorrebbe essere Cenerentola, e invece non lo è. Anche la fiaba ha, infatti, il suo angolo buio di morte e un ballo col principe può ridursi al ballo con un fantoccio. E allora bisogna saper riaffermare con forza le proprie scelte. Perché, malgrado tutto, «è sempre possibile non pentirsi». Da vedere.
In scena all’Argentina fino al 15 ottobre. Informazioni: 06/684000345.