L’Umbria blocca da due anni il voto anti stipendi d’oro

da Perugia

Mentre ferve il dibattito su come tagliare i costi della politica, l’Umbria la Rossa ha risolto il problema a modo suo: rinviando la data del referendum in cui i cittadini avrebbero dovuto approvare o meno la proposta di dimezzare i compensi dei consiglieri regionali. La convocazione del referendum, il primo del genere in Italia, già fissata per il 10 giugno è stata spostata dal presidente della giunta regionale ds, Maria Rita Lorenzetti. Nuova data: l’11 novembre. La comunicazione sarà pubblicata sul Bollettino ufficiale della Regione. Raccolte le firme necessarie da tempo, è la terza volta in due anni che l’appuntamento slitta.
La motivazione ufficialmente adotta dalla presidente è «che si teme che il referendum turbi la serenità delle concomitanti elezioni amministrative» (del 10 giugno appunto). Stesso copione in occasione delle politiche del 2006 e delle elezioni regionali del 2005. «Ma francamente ora è difficile capire quale turbamento il referendum possa esercitare sulle amministrative - dice Claudio Abiuso, della Lista civica di Perugia - visto che riguardano 9 comuni».
Il referendum è stato promosso dal Coordinamento delle liste civiche, con l’appoggio esterno dei Verdi, dei comunisti italiani e dell’Italia dei valori. E pone una domanda facile facile agli amministrati: volete che la «busta paga» degli «onorevoli» regionali subisca un taglio secco del 50%? Facile anche la risposta. I 30 consiglieri (diventeranno 36 nella prossima assemblea regionale, in base al nuovo statuto) incassano al mese 6mila euro netti più altri 6mila, sempre netti, legati ai gettoni di presenza. Il quesito referendario vuole l’abolizione dei 6mila fissi, ai rappresentanti del popolo resterebbero solo i 6mila variabili (gettoni) collegati all’attività svolta.
Ma l’obiettivo è arduo. Tra i fautori del referendum Verdi e Pdci nelle ultime conferenze stampa del Comitato promotore non si sono visti. E nel frattempo i partiti si stanno dando da fare con proposte di legge che evitino la consultazione popolare. Una proposta attribuita alla presidente della giunta, la diessina Lorenzetti, promuove una riduzione del 10% degli stipendi dei consiglieri. Quella di Rifondazione comunista si ferma al 5%.
Il fatto è che difficilmente il sistema delle forze politiche rinuncerà a quella sorta di comoda retrovia, rappresentata dalle Regioni, per trombati, parcheggiati in attesa del salto a deputati e senatori e con privilegi, a spese dei cittadini, quasi pari a quelli di Montecitorio e di Palazzo Madama. Se il netto ora incassato dai consiglieri regionali è di circa 12mila euro al mese, il lordo può arrivare fino a 27mila mensili. Dovesse passare il referendum umbro, se mai si svolgerà, ci sarebbero ripercussioni pesanti anche sui vitalizi: attualmente dopo un mandato di 5 anni i consiglieri regionali, a partire dai 60 anni, hanno una pensione di 3.600 euro al mese.
«Comunque - accusa Claudio Abiuso della Lista civica - in Umbria il diritto referendario incontra forti limitazioni. Altri 7-8 referendum dopo la raccolta delle firme non hanno visto la luce». E si riapre il dibattito, oltre che sui costi della politica, sul tasso reale di democrazia in terra umbra.
pierangelo.maurizio@alice.it