L’Umbria finge di diminuire gli stipendi dei consiglieri

I consiglieri regionali dell’Umbria hanno deciso di diminuirsi gli stipendi. Ma appena un po’: l’8 per cento in meno. La leggina è stata approvata dall’assemblea all’unanimità: da Alleanza nazionale a Rifondazione comunista. Il risultato raggiunto è frutto di un compromesso: la giunta presieduta dalla Ds Maria Rita Lorenzetti aveva proposto un taglio del 10 per cento, Rifondazione aveva indicato una più modesta riduzione (5% per cento in meno). Nella prima Commissione, quella degli Affari istituzionali, sempre all’unanimità, si era trovato l’accordo sul 6 per cento. Alla fine, con un emendamento, il «taglio» è stato portato all’8. E non se ne parli più.
Scopo evidente della leggina è quello di esorcizzare il referendum popolare che prevede invece il dimezzamento netto delle buste paga degli onorevoli regionali. Dieci giorni fa la consultazione era slittata, per la terza volta in due anni, dal 10 giugno all’11 novembre.
Ma la materia è controversa. La decisione se annullare il referendum, visto che ormai c’è la nuova legge, spetta sempre al Consiglio regionale. «Abbiamo già mandato la diffida a prendere qualsiasi decisione in questo senso», racconta Claudio Abiuso, portavoce del coordinamento delle liste civiche umbre che ha indetto la consultazione: «È evidente che per i consiglieri sarebbe un macroscopico interesse privato in atti d’ufficio».
Il quesito referendario, cui finora i cittadini non hanno potuto rispondere, propone l’abolizione della parte fissa di cui è composta la remunerazione dei 30 consiglieri regionali (36 dalle prossime elezioni regionali). Attualmente al mese guadagnano circa 6mila euro netti quale «fisso», più altri 6mila, sempre netti, legati ai gettoni di presenza (il lordo può arrivare a 27mila euro mensili). Le liste civiche vogliono lasciare solo i 6mila euro - pur sempre una discreta cifretta - in gettoni: un modo come un altro per incrementare il lavoro dei rappresentanti del popolo.
La prospettiva deve essere apparsa ai partiti (e agli eletti) come fumo negli occhi. Ma come si è arrivati a stabilire la «decurtazione» dell’8 per cento? Semplice. Il primo articolo della leggina dice che, per consentire ai membri del Consiglio regionale «il libero svolgimento del mandato», l’indennità mensile è «pari ad un ventesimo del trattamento complessivo annuo lordo dei magistrati con funzioni di presidente di sezione della Corte di cassazione». Tradotto: le buste paga saranno decurtate di 960 euro al mese anziché di 6mila. Et voilà. Detto e fatto: la leggina sarà sul Bollettino della Regione Umbria mercoledì. Dopodiché dovrebbe seguire la delibera del Consiglio regionale che annullerà il referendum, ma già si preannunciano contromosse legali. «Questo, a nostro parere, è incostituzionale ed è anche contrario allo statuto della Regione» avverte Abiuso. Che minaccia: «Pensiamo di ricorrere al Tar dell’Umbria o al Tribunale civile, assistiti dall’avvocato Giuseppe Caforio - per inciso, l’unico che ha accettato di difenderci - per sollevare la questione di incostituzionalità».
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