L’UMORISMO NERO DI «SIX FEET UNDER»

In rapporto ai premi conquistati in terra americana (sette Emmy Awards), Six feet under (mercoledì su Italia Uno, ore 23.55) è una delle serie di cui meno si parla qui da noi. Niente a che vedere, tanto per intenderci, con Desperate Housewives, ma anche più semplicemente con Ally McBeal, Dottor House e tante altre fiction di importazione. Lo si può capire: qui si tratta il tema della morte, da sempre un tabù anche televisivo e lo si affronta con un misto di nonchalance che a volte tocca il versante satirico, altre rimanda a una dimensione più sottilmente inquietante e assai meno consolatoria. Six feet under è quella serie dove, ad esempio, l’espressione «apri il cofano», pronunciata con estrema noncuranza, significa aprire una bara. Dove la famiglia Fisher (soprannominata in patria «gli Addams del 2000») gestisce un’impresa di pompe funebri in cui la morte improvvisa del padre Nathaniel (investito da un autobus mentre guida orgoglioso il suo nuovo carro funebre) costringe moglie e figli a fare i conti con un cambiamento che non è solo pragmatico (la responsabilità nella gestione dell'azienda) ma riguarda le nuove dinamiche psicologiche della loro esistenza. Six feet under è quella fiction in cui ogni notizia di una nuova morte viene accolta dalla famiglia Fisher con evidente soddisfazione per il nuovo lavoro assicurato, specie se non procura troppi problemi di gestione della salma («È morto d'infarto, perfetto, me la cavo con poco»), ma in cui la padrona di casa non riesce a trattenere una malinconia dai toni grotteschi («Per una volta vorrei fare un pranzo di Natale in pace senza che muoia qualcuno»). È quella fiction in cui l’ironia fa da traccia continua («Non ho mai lavorato in un’agenzia di pompe funebri così deprimente» dice uno dei protagonisti) e che ha al suo interno spot satirici che pubblicizzano tutti i comfort degli ultimi carri funebri lanciati sul mercato o gli ultimi ritrovati per il restauro delle salme. È però qualcosa di più di un esercizio di umorismo nero: parla di come la morte cambi la vita, di come viaggino a braccetto in un continuo gioco di specchi che l’ironia non riesce mai a esorcizzare completamente. Nella prima puntata della nuova stagione questa serie firmata da Alan Ball, già premio Oscar per American Beauty, sembra volere alzare il tiro lasciando più sullo sfondo gli aspetti divertenti e impegnandosi in virtuosismi non privi di insidie (Nate è sotto anestesia in un delicato intervento chirurgico e sogna di assistere al suo funerale, ma alla fine non capisce se è vivo o morto). Speriamo che anche le nuove puntate ci assicurino il riuscito impasto tra ironia e inquietudine cui ci eravamo abituati, senza farsi tentare dalla pretenziosità.