L’unica certezza di Napolitano: no alle urne. E spunta Marini

Situazione intricata. Il Colle fa pressing sul presidente del Senato che però esita. Il trappolone della sinistra: <strong><a href="/a.pic1?ID=237582" target="_blank">Palazzo Madama per l'appoggio</a></strong>. <strong><a href="/a.pic1?ID=237585" target="_blank">D'Alema grande tessitore,</a> </strong>ma la Cdl: <strong><a href="/a.pic1?ID=237583" target="_blank">&quot;Amato o Marini, sarebbe solo tempo perso&quot;</a></strong>. <a href="mailto:commenta@ilgiornale.it" target="_blank"><strong><font color="#ff6600">Commenta</font></strong></a><font color="#333333">.<strong> <a href="/a.pic1?ID=237806" target="_blank">Leggi i commenti</a></strong></font>

Roma - E il Lupo della Marsica, che dice? Se la sente di provarci lui? Di cercare i voti per fare un governo per le riforme? Alla fine di quattro giorni di consultazioni, Giorgio Napolitano torna in qualche modo al punto di partenza: secondo il capo dello Stato infatti è Franco Marini l’uomo giusto per cercare di salvare la legislatura. Telefoni bollenti, diplomazie al lavoro, pressing asfissiante sul presidente del Senato. Marini resiste: vuole un mandato esplorativo, i numeri sono troppo incerti e il rischio di bruciarsi è altissimo. Napolitano ostinatamente insiste: serve un incarico pieno su un programma asciutto. E se il Lupo proprio non si convince, sotto di nuovo con Giuliano Amato. Ma gli spiragli si stanno chiudendo.

La scelta definitiva oggi, al termine di un’altra notte di trattative. Nel frattempo il presidente tiene le carte coperte. «La situazione è complicata e difficile - spiega lasciando lo studio alla Vetrata - per effetto della frammentazione politica. Ho incontrato diciannove delegazioni e adesso mi prendo una pausa di riflessione, com’è nella tradizione e come io sento il bisogno di fare. Volete sapere se ho trovato una maggioranza in grado di evitare lo scioglimento delle Camere? Bene - scherza -, darò un’occhiata ai miei appunti e ve lo farò sapere. Posso dire che seguirò lo stesso metodo scelto a febbraio scorso, cioè io desidero dare una motivazione pubblica della mia decisione, quale che sia».

Appunto, quale? Per tutta la giornata i due candidati, Franco Marini e Giuliano Amato, vanno in altalena. Quando inizia la notte, l’ago si ferma sul nome del presidente del Senato ma anche sui suoi tanti dubbi. Che l’idea gli piaccia e tanto, su questo non c’è dubbio. Già da qualche giorno infatti Marini ha avviato una sorta di «consultazioni parallele», ha sentito leader e peones dei due schieramenti, ha soppesato le dichiarazioni di Baccini e Tabacci, ha valutato le aperture di Dini, ha cercato di capire le intenzioni di Pallaro, Fisichella e Mastella, si è fatto portare dai suoi collaboratori appunti e riferimenti storici sui precedenti governi di transizione o istituzionali o di decantazione che dir si voglia. Il problema quindi non è l’incarico in sé, sono i numeri.

Per questo Marini preferirebbe un mandato esplorativo e «istituzionale», che gli consentirebbe di tenere un profilo più prudente e di sfilarsi senza conseguenze se le cose dovessero complicarsi. Se invece il capo dello Stato preferirà conferire un incarico pieno e «politico», allora probabilmente dovrà buttare nella mischia il Dottor Sottile. L’unica cosa certa è che Napolitano non vuole sciogliere subito le Camere. Lo rivela Francesco Cossiga, consultato alle sei di sera: «Credo che ci sia l’orientamento per dare un incarico. Potrebbe essere esplorativo, per dare alla gente il tempo di riflettere e capire. Comunque deve essere fatto tutto il possibile per evitare che si vada alle urne con questa legge, che è stata causa di grande instabilità e che ha privato i cittadini di qualsiasi diritto di scelta». Nomi? Marini, perché no, «ha il profilo giusto» spiega il Picconatore. E Amato? «Posso io, ex ministro dell’Interno Kossiga con la kappa, non considerare istituzionale l’attuale responsabile del Viminale?».

Ma un governo del genere, dopo il no di Silvio Berlusconi, che respiro può avere? Quante speranze ha di durare? Il capo dello Stato vorrebbe provarci comunque, sia perché convinto della necessità di una riforma elettorale prima del voto, sia perché glielo impone il suo ruolo. E così per tutto il giorno vengono passate al microscopio le tante prese di posizione dell’Udc, dalle aperture di Baccini alle successive chiusure di Casini. L’impressione generale che si respira nel palazzo dei Papi è che nelle ultime 24 ore la partita si sia parecchio ingarbugliata. Il sentiero stretto imboccato dal Colle passa infatti per quel «governo di pacificazione» ipotizzato lunedì da Casini, da collegare al «governo brevissimo su tre punti per votare a giugno» proposto da Veltroni. Ipotesi più lontana che riporta la crisi in alto mare. E nella notte tutto torna possibile: Marini. Amato, un secondo giro, persino uno scioglimento.