L’unica cura sono le elezioni

Adesso bisogna vedere se si va ad elezioni anticipate come vorrebbe la correttezza costituzionale, o se si va ad un governo a maggioranza taroccata. La maggioranza taroccata, o ritoccata, potrebbe essere accettabile se dovesse dar vita a un governo a tempo determinato per rimetter mano alla legge elettorale, probabilmente presieduto dal presidente del Senato Franco Marini. Oppure, potrebbe essere un imbroglio a geometria variabile per dar vita a un governo, come dice Casini, «di tregua». Starà al Presidente Napolitano decidere, ma dipenderà anche dalla determinazione dei leader politici del centrodestra.
Intanto Prodi è caduto e questo è il primo risultato, benché a volte ritornino. Il voto del Senato di ieri è stato una sorpresa prodotta da piccole variabili: Andreotti si è astenuto, Cossiga ha votato contro, un paio di senatori della sinistra radicale non se la sono sentita, e alla fine il governo è affogato per due voti, anzi tre.
Noi della minoranza non credevamo di poter vedere nel giro di poche ore le facce sorridenti della maggioranza, diventare impietrite. Ma quel che è successo ieri in Senato, un fatto atteso dagli elettori («Che aspettate a buttare giù Prodi?», ci siamo sentiti chiedere ogni giorno) non riguarda soltanto Prodi: riguarda l’intera maggioranza che non c’è e che non c’è mai stata, perché là dentro una sinistra riformista e ragionevole fa a pugni con quella radicale antiamericana, che non vuole stare in Afghanistan, non vuole l’Irak, non vuole Vicenza, vuole stare dalla parte degli insorgenti islamici, è contro Israele e contro l’Occidente. È un suo diritto: rappresenta milioni di italiani che coltivano questi sentimenti, ma non può fare coesione con una sinistra occidentale.
Prodi ha avuto l’arroganza di mettere in piedi un governo con un tale verme nella sua polpa ed è caduto dall’albero come una mela bacata, anche se adesso tutta la sinistra vorrebbe resuscitarlo. Ma qualsiasi altro primo ministro al suo posto farebbe la stessa fine e dunque, per quanto si possa essere contenti della caduta di Prodi ­ sempre che non lo facciano rientrare dalla finestra ­ non si può far finta che questa maggioranza esista. C’è una bella differenza fra accozzaglia e maggioranza e ieri l’abbiamo visto. Dunque, cambiare il primo ministro mantenendo questa maggioranza sarebbe una beffa per gli elettori e su questo scenario l’Udc propone il governo «di tregua», abile espressione che nasconde un cambio di maggioranza come quello che avvenne nel 1998.
Si parla di nuovo anche delle larghe intese che Berlusconi propose e che furono sdegnosamente rifiutate da colui che oggi è salito al Quirinale con la coda tra le gambe, con una partecipazione diretta di Forza Italia e di Alleanza nazionale: un governo di emergenza se non di salute pubblica per arrivare alle elezioni anticipate fra un paio d’anni. Noi pensiamo però che dal 2001 ciò non sia più possibile: in quell'anno infatti (ricordate la scritta «Berlusconi Presidente» sulla scheda?) si consumò lo strappo costituzionale in grazia del quale gli elettori nominano il Presidente del Consiglio e così è avvenuto anche nell’aprile 2006, brogli a parte.
Un ritorno al vecchio sistema sarebbe fatale per la ricostruzione della fiducia nelle istituzioni e costituirebbe un ritorno alla partitocrazia. La gatta da pelare è nelle mani di Napolitano al quale va accordata fiducia. Ma anche lui sa bene che se si vuole coniugare stabilità con libertà, la cura in una democrazia è una sola: le urne.