L’UNICA VIA D’USCITA

Dopo la massiccia vittoria del «no» contro le riforme costituzionali approvate dal centrodestra, la questione politica è diventata subito quella se l’effetto sfondamento che Romano Prodi e i suoi avevano cercato con il voto delle politiche del 9 e 10 aprile, si potrà realizzare dopo i risultati del referendum. Si disintegrerà la Casa delle Libertà? Il governo avrà lo spazio per realizzare la sua politica economica di punizione dei ceti medi (aumenti Iva, contributi ai lavoratori autonomi, tasse sul risparmio) a favore delle grandi imprese e del lavoro dipendente protetto dalle grandi centrali sindacali? Si creeranno sorti di maggioranze «alternative» al Senato e alla Camera, che consentiranno alla sinistra più estrema di fare i capricci senza far cadere Prodi?
Le prime prove per un nuovo quadro politico si stanno facendo sulla politica estera con l’offerta dell’Udc di un appoggio senza condizioni sulla questione della presenza militare italiana in Afghanistan mettendo a disposizione il proprio voto in sostituzione di quello dei ribelli di Rifondazione. Messaggi seduttivi, intanto, i Ds li lanciano verso la Lega Nord, che potrebbe essere tentata di giocare in proprio una supposta battaglia in difesa del federalismo. Certo per il centrosinistra prendere il 61,7 per cento del 53,5 per cento degli elettori è cosa diversa che prendere il 50,03 dell’83 e passa per cento del corpo elettorale come era successo alle elezioni politiche solo qualche settimana fa. Le basi sociali del voto «politico» al centrodestra, quello del pareggio, certo non si sono sciolte e difficilmente sono state assorbite dalla politica pasticciata e catastrofista dell’esordiente governo Prodi 2. Ma non può essere in alcun modo trascurata la prova di forza data dal centrosinistra nel referendum del 25 e del 26 giugno. Al di là dei voti presi, non può non colpire l’ampiezza delle forze messe in campo dal centrosinistra: non solo i sindacati, ma anche gran parte del malmesso ma influente establishment economico-finanziario con la sua stampa così diffusa, e tanti settori dell’intellettualità di ogni colore tenuti insieme più dal proprio potere corporativo che dalle idee. Il massiccio estendersi di questo blocco di sostegno rende sempre più difficile il dibattito pubblico e non può non avere effetti seduttivi sulle forze politiche marginali che aspirano anche solo a briciole di «consenso» per restare protagoniste.
C’è una via di uscita da questa situazione così complicata? Se c’è, questa è unicamente la ripresa di un’iniziativa politica della leadership del centrodestra: in questi anni Roma ha svolto una politica estera che ha pesato nel mondo, di questa politica è stata protagonista non solo Forza Italia, non solo An con Gianfranco Fini ma anche l’Udc, specie in Europa, con i suoi forti legami con José Maria Aznar. Fissare una linea chiara del centrodestra per le scelte italiane sullo scacchiere internazionale, può essere la base per un’azione verso Prodi che lo incalzi e insieme conquisti un indirizzo nazionale meno segnato dallo sbando dimostrato in questa prima fase su Iran, Israele, Irak, consiglio di sicurezza dell’Onu e così via. Così sul federalismo, è possibile chiedere alla Lega di concordare insieme le mosse dopo l’estenuata lealtà mostrata verso le idee di Umberto Bossi, innanzi tutto da Silvio Berlusconi.
Le basi sociali del pareggio «impossibile» del 9 e 10 aprile, non si sono sciolte, anche dopo essersi sbandate (in piccola parte) o avere dormito (nella più gran parte dei casi) nel voto del referendum: per ripartire da queste «basi» urge la ripresa dell’iniziativa politica.