Ma l’unica via per rialzare l’Italia resta la «classica ricetta liberale»

Non mi sono mai sentito «di sinistra» e non ho mai avuto complessi, trovando più utile il distinguo riformatori-conservatori. E, soprattutto, non ho mai pensato che le posizioni o le politiche «di sinistra» fossero preferibili a quelle liberiste per fronteggiare le esigenze profonde dei più deboli. Per questo non ho mai creduto alla superiorità del modello europeo, quello della cosiddetta «economia sociale di mercato». Del resto, come scriveva ieri sul Riformista Alberto Mingardi, chi coniò quella formula, chiarì che il termine sociale fu giustapposto a mercato essenzialmente per ragioni di marketing politico.
In questa chiave leggo le affermazioni di Silvio Berlusconi («la nostra politica è di sinistra»), che ha stravolto la politica italiana proiettandola nel mondo post ideologico, dove le etichette ottocentesche non dicono più nulla e dove contano i fatti. Ma nel nostro Paese resiste il pregiudizio «sinistra buona» versus «destra cattiva» e il Cavaliere lo cavalca da par suo, per una mera ragione semantica. Nella realtà proprio il berlusconismo ha saputo chiudere definitivamente i conti con il classismo, conquistando, dal ’94 ad oggi, sostegni trasversali al suo disegno riformatore.
Oggi il Pdl, berlusconiano e post ideologico, deve chiedersi quali siano gli strumenti per raggiungere l’obiettivo vitale: rimettere il Paese in condizioni di libertà, crescita e benessere almeno pari a quelle di altri grandi Paesi che come noi vivono nel mondo della globalizzazione e del petrolio a 150 dollari il barile. Per rialzarsi, l’Italia deve cambiare profondamente, oltre la Robin tax e la Social card.
Berlusconi in campagna elettorale ha fatto riferimento alla «classica ricetta liberale»: meno tasse e meno Stato, più libertà e riconoscimento del merito. Bisogna proseguire, senza stare troppo ad almanaccare sulle presunte virtù del bel mondo andato ed affrontando i problemi alla radice. La riforma della Pubblica amministrazione disegnata da Brunetta, se realizzata con determinazione, potrà ridare un senso al costo enorme che i contribuenti sostengono per il suo mantenimento. La riapertura all’opzione nucleare avrà straordinari effetti positivi se tra cinque anni non saremo ancora alla fase declamatoria ma a quella fattuale. Il taglio, sacrosanto, della spesa pubblica dovrà essere effettivo per poi lasciare speditamente il passo al taglio dell’imposizione fiscale, altrimenti non aiuterà la crescita. Il federalismo dovrà essere competitivo sulle tasse e ferocemente responsabile sulle spese. La ristrutturazione di Alitalia non andrà accollata ai contribuenti ma ad imprenditori che scommettano sulla possibilità di convincere gli italiani a tornare a volare tricolore, se no meglio lasciar perdere. La pensione a 58 anni è suicida ed è bene tornare a porre il problema come fa Sacconi. L’articolo 18 non difende davvero i lavoratori più forti e pone un ostacolo spesso insormontabile all’assunzione dei più deboli: ne riparliamo? La scuola e l’università, ancora sostanziale monopolio di Stato, sono la palla al piede della nostra economia e dovranno diventarne il motore.
Se faremo questo (e altro) l’Italia tornerà a essere un Paese che cresce, attrae investimenti, aumenta l’occupazione, paga salari più alti e ha più speranza che paura nel futuro, altrimenti no. Non saprei dire rispetto ai destini del mondo, ma per quel che riguarda gli italiani, specie per quelli che oggi hanno meno possibilità, una sana stagione di riforme liberali, di destra o di sinistra, è ancora esattamente quello che ci vuole. E Berlusconi, ne sono sicuro, lo sa.