L’unica strada per cambiar governo

La gente mi ferma per strada con aria affettuosa ma intimidatoria chiedendo: «Allora, lo buttate giù questo governo Prodi, sì o no? Forza, datevi una mossa». Poveretti, hanno ragione nei sentimenti ma meritano quattro in realismo. Questo governo vive in modo risicato ma stabile. Non sta per cadere e inoltre non è importante che cada Prodi, ma che cada la maggioranza. Se cadesse Prodi per dar luogo a un governo Veltroni sarebbe uguale e anzi peggio. Quel che deve spappolarsi non è il governo ma quella maggioranza con cui Prodi o chi per lui tira a campare al Senato. Così stando le cose il governo non cadrà fino alla fine della legislatura perché ha i maledetti numeri. Saranno, sono, risicati, ma sono numeri. Saranno quelli dei senatori a vita che vengono scongelati e ricongelati ad ogni voto di fiducia, ma sono numeri. Noi dell’opposizione possiamo essere tutti presenti dal primo all’ultimo, ma il governo ha i numeri.
E allora? Siamo per questo condannati a goderci Prodi o un suo surrogato fino al 2011? No, ma ad una sola condizione: che alcuni senatori dell’attuale maggioranza passino con l’attuale minoranza. Non si tratta, come volgarmente si dice, di «comprarli». Si tratta di motivarli. Io conosco almeno tre senatori di sinistra disgustati dalla politica del governo e che si sentono affogati nella morte di una sinistra spaccata in due e dannosa per il Paese. Bisogna dar loro dei buoni motivi per cambiare campo garantendo rielezione e un posto nel futuro governo di centrodestra. Controprova: l’onorevole Gianni Mongiello dell’Udc era il mio vicepresidente «di destra» nella Commissione Mitrokhin. Non si presentò a votare la seconda relazione della Commissione facendo mancare il numero legale e la seconda relazione non poté essere votata. Ebbene, oggi l’onorevole Mongiello è allegramente un sottosegretario (o viceministro?) del governo Prodi. Qualcuno ha forse avuto qualcosa da ridire? Ma figuriamoci, così è la politica, baby: io ti do questo, tu dammi quello. Se si tratta di scambi politici, la partita non soltanto è lecita ma moralissima.
Inoltre vale la legge del tacchino: non si può chiedere ai tacchini di amare il Natale così come non si può chiedere ai membri dell’attuale maggioranza di compiere gesti che portino ad elezioni anticipate, suicidandosi. Bisogna offrire lunga vita a qualche tacchino. È arrivata dunque l’ora di esser pratici: la finanziaria è alle porte, la frattura verticale fra le due sinistre con la nascita del Partito democratico sarà consumata ad ottobre e in quel contesto di traumi si possono catturare tre scontenti. Meglio se quattro. Allora avrà senso preparare il programma del futuro governo. Ma attenzione: Napolitano non scioglierà mai le Camere di fronte ad una semplice crisi di governo. Vorrà toccare con mano la crisi della maggioranza, numerica e irreversibile. Allora e soltanto allora allargherà le braccia e, sospirando, convocherà le urne.
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