«L’unico antidoto? Fuggire subito su un’isola deserta»

«Lo stress è il risultato dell’imperativo categorico della società industrializzata: non è bene accontentarsi di ciò che si ha». E per Massimo Fini, saggista e scrittore, è un meccanismo a cui non si può sfuggire.
La nostra è una società di stressati?
«Assolutamente sì. Nemmeno nel più lurido tugurio del Terzo mondo si vive con l’ansia del Nord Est: è il sistema del lavoro, con le sue aspettative sempre in ascesa, a far sì che non possiamo mai gustare un momento di armonia e di equilibrio. Ed è la società che ti costringe, dal punto di vista tecnico e psicologico, a porti sempre nuovi obiettivi, senza essere mai soddisfatto».
Qualche decennio fa si stava davvero meglio?
«Negli anni Cinquanta eravamo meno benestanti ma, oggi, siamo infinitamente più angosciati: la nostra è una vita innaturale, perché il lavoro riveste un’importanza che non ha mai avuto. Prima di Smith e di Marx, il lavoro non era neppure un valore: i nobili, infatti, erano nullafacenti».
È possibile non lasciarsi coinvolgere?
«No, non si può sfuggire a quello che, ormai, è un circolo vizioso. È come il doping: se tutti si drogano, per continuare devi drogarti anche tu. La competizione su scala globale ci costringe tutti a correre come forsennati: e, in realtà, siamo tutti fermi. Ci muoviamo su un tapis roulant al contrario».
Nessun buon risultato?
«Basta pensare al boom economico cinese: da allora, la prima causa di morte per i giovani (e la terza per gli adulti) è il suicidio. Il sistema è efficiente, ma logorante per tutti».
Un antidoto?
«Fuggire su un’isola del Pacifico. L’isolamento, che poi è altrettanto disumano, a parte le virtù di qualche raro saggio».
Neanche una speranza?
«Ma no. Oggi, anche chi sta bene, sta male. Perché non puoi reggere il ruolo che ti è stato assegnato: è impossibile aderire al modello. Il contadino di qualche secolo fa faticava di più, ma il suo spirito era molto più leggero».