L’Unione blinda il voto di Pallaro. "Salvati alla fine da un tanghéro"

Il senatore eletto in Argentina, placcato per tutto il giorno da membri del governo, alla fine dice sì: "Ma dei Dico non voglio sentire più parlare"

Roma - «Pallaro sì». Alle 20.30, quando il senatore del Rio della Plata fa il suo trionfale ingresso in aula e concede benigno la fiducia a Prodi la tremenda tensione del centrosinistra si scioglie, finalmente. «Posso andare a dire ai giornalisti che ce l’abbiamo fatta», esulta il segretario di Rifondazione Franco Giordano.
La cabala della giornata più lunga di Palazzo Madama si gioca tutta attorno a quel numero magico, 158. «Ci siamo fissati questa bizzarra asticella, e ora tocca saltarla», allarga le braccia Dario Franceschini. Nei corridoi mai così affollati del Senato c’è anche lui, il capogruppo dell’Ulivo alla Camera, venuto ad assicurarsi che il governo salti l’asticella della «maggioranza politica», ossia della metà dei senatori eletti.
La grande suspence della giornata la regala appunto il fantomatico Pallaro delle pampas: fino all’ultimo non si capisce se farà da centocinquattottesimo o no. Ci sono cronisti appostati ad ogni ingresso per intercettarlo, ma in pochi sanno che faccia abbia e nessuno riesce a pizzicarlo. Verso sera i boatos del Transatlantico dicono che sia stato rinchiuso in una stanza al gruppo dell’Ulivo, guardato a vista da Danieli (viceministro per gli italiani all’Estero) perché non scappi, dopo essere stato placcato per tutta la giornata dai più autorevoli membri dell’esecutivo, da Chiti a Letta. «Ma tu dimmi se dobbiamo stare appesi a quel tanghéro, accidenti agli italiani all’estero», ringhia un autorevole senatore ds. Tanghéro da tango, ovviamente. A metà pomeriggio Mastella si mostra preoccupato: «Ci ho parlato, con Pallaro. Mi ha detto di essere anche lui molto arrabbiato per i Dico, come Andreotti». Gli avranno spiegato che Prodi si è definitivamente disfatto dei Dico, in diretta tv. Oppure, secondo una delle altre leggende che giravano ieri, sarà stato Néstor Kirchner, il presidente argentino, a convincerlo a non far cascare Prodi. «Dicono che alla Casa Rosada lo tengano in pugno per i suoi rapporti col regime di Videla», giurava un senatore. Lui, Pallaro, ha confermato di essere stato inseguito per telefono da Palazzo Chigi, ma alla domanda: «Le hanno offerto qualcosa?», replicava candido: «Ma no, sanno che economicamente sto più che bene». Se ha votato è stato «per il bene del Paese», ça va sans dire. «Ma sui Dico dico no», promette arguto.
Alle 19, quando il dramma Pallaro non si è ancora risolto, ne scoppia un altro. «Dicono che c’è un problema con Franca Rame», chiedono i cronisti al capogruppo di Rifondazione Russo Spena. Lui sospira: «È vero, si è sentita male e sta stesa su un lettino in ambulatorio, la stanno assistendo, speriamo che riesca a votare...». E dire che la senatrice dipietrista aveva soffertamente deciso di votare sì, nonostante l’Afghanistan. Russo Spena non trattiene la battuta: «Stiamo messi così. È il Senato, bellezza». Le cure funzionano, la Rame si riprende e vota. E Fisichella? Domenico Fisichella è quell’ex vicepresidente del Senato di An che, vista la mala parata, a fine legislatura si assicurò il seggio passando rapido come il fulmine alla Margherita, dentro la quale oggi fa il peone. Con scarso mordente e poco entusiasmo, dicono. Tanto che ieri il Secolo insinuava che avrebbe potuto anche lui negare il suo voto a Prodi, magari per tornare a far parlare di sé. «Ma figuriamoci, e poi chi se lo piglia?», si chiedeva Antonio Polito, nei Dl anche lui. Fisichella ha votato sì. I 158 ci sono. «Ma il problema politico rimane», sospira il ds Guido Calvi. Nel frattempo il cruento sacrificio dei Dico ha rabbonito anche Giulio Andreotti, che in aula spiega che tra le riforme attese dai giovani non c’è certo quella per regolare «le convivenze dello stesso senso», nel senso di sesso. E in segno di pace invece di astenersi non partecipa al voto, abbassando il quorum. Mastella sorride e benedice: «Pacs... et bonum», saluta i giornalisti.