«L’Unione condivide il programma di Bertinotti?»

«Il governo ha fatto cose buone ma c’è stata meno destra del necessario»

Fabrizio De Feo

da Roma

Una stoccata a Romano Prodi, una alla magistratura e alle cosiddette «toghe rosse» ma anche un pizzico di autocritica sulla modica quantità di destra portata nelle politiche del governo. Gianfranco Fini battezza il suo tour elettorale in Toscana, parlando alla Festa Tricolore di Firenze. E svestito l’abito istituzionale da numero uno della Farnesina riprende a parlare al cuore della sua gente, avviando la sua personale offensiva sul territorio e lanciando frecce acuminate contro il leader dell’opposizione.
«Prodi? Senza Bertinotti non ci sale nemmeno sul Tir. La sinistra italiana è un capolavoro di incoerenza. Perde il pelo ma non il vizio di dire bugie. Se abbiamo avuto un torto è che siamo stati troppo pazienti». Il vicepremier ironizza così sulla campagna elettorale del Professore e su una coalizione che ha nella sinistra estrema uno dei suoi fattori determinanti. Fini per spiegarsi meglio cita l’esempio di Schröder in Germania. «Se Schröder ha perso - dice Fini - è perché è stato una persona seria e ha dichiarato: io non posso allearmi con Lafontaine, un comunista, perché non posso tornare indietro di 50 anni. In Italia non si fa altrettanto».
Nel mirino di Fini non entra solo la spericolata politica delle alleanze del centrosinistra ma anche gli attacchi alla Finanziaria lanciati dall’Unione. «Sarebbe interessante che oggi Prodi dicesse, qualora fosse stato lui a Palazzo Chigi, come avrebbe onorato l’impegno dell’Italia a livello europeo per tenere i conti pubblici sotto controllo. Dove avrebbe limitato le spese visto che continuano a dire che la limitazione di spese per gli enti locali farà chiudere gli asili, mentre al contrario si tratta di limitare sprechi e spese inutili?». «Sarebbe ancora più interessante che Prodi spiegasse - aggiunge il vicepremier - se condivide il programma che Bertinotti ha presentato per le ormai imminenti primarie. Un programma che è un monumento alla logica statalista e alla concezione di un’economia che, da buon comunista è ancora basata sulla presunta capacità dello Stato di intervenire sulla cosa pubblica». Un’anomalia, quella bertinottiana, che fa il paio con un’altra «stranezza» tutta italiana: la coloritura politica della nostra magistratura. «Mai sentito parlare di toghe tricolore o azzurre? No. Quando si parla di toghe politicizzate si parla sempre di toghe rosse. Sono magistrati che eccedono in garantismo. Mettono in libertà criminali arrestati già 10 o 15 volte. Come fa poi il cittadino ad avere fiducia?».
Il presidente di An non si nasconde soltanto dietro gli attacchi all’Unione ma ammette che, a volte, l’azione della destra di governo non ha brillato per incisività. «Malgrado tutte le cose buone che il governo ha fatto, se qualche volta non siamo stati all’altezza è stato anche perché nel governo c’è stata meno destra di quel che serviva». Un difetto da correggere, magari rilanciando quella proposta di tassazione delle rendite finanziarie, cara in particolare alla Destra Sociale. «È un’ipotesi. Ovviamente bisogna escludere Bot, Cct e i piccoli risparmiatori».
L’ultimo pensiero va alla decisiva battaglia parlamentare di questa settimana: quella sulla legge elettorale. «Le leggi elettorali non premiano né penalizzano gli uni rispetto agli altri. Si discute tanto sulle preferenze, ma noi abbiamo scelto di non votare con le preferenze perché la preferenza equivale alla clientela. Per cui se tu mi dai il voto, io poi vedo quello che posso fare» spiega Fini. Sulla scelta del voto segreto il leader di An passa rispettosamente la palla al presidente della Camera. «Spero che almeno su questo non ci siano polemiche strumentali. Ho visto che di polemiche contro di lui ne fanno un po’ troppe e a sproposito, soprattutto quando le fa Prodi che come presidente della Commissione non ebbe alcuna remora nel guidare l’opposizione. Prodi, peraltro, dovrebbe chiedersi per quale motivo il maggioritario non ha soddisfatto. Da parte mia una risposta ce l’ho: perché il centrosinistra ha interpretato il maggioritario in disprezzo di quella regola per la quale non ci possono essere ribaltoni, transfughi o zattere di salvataggio. Da questo punto di vista, in questi anni, abbiamo visto la spregiudicata capacità di trasformismo del centrosinistra».