L’Unione del declino economico

Romano Prodi e gli altri leader dell’Unione usano le figure retoriche del «futuro» e del «rilancio» con una certa larghezza perché in una campagna elettorale, per convenzione e per rispondere a insopprimibili aspettative, è necessario additare obiettivi e traguardi di miglioramento. Ma, di là delle parole e degli obblighi di propaganda, la realtà della campagna del centrosinistra e delle sinistre è tetra e pessimistica, tesa alla rappresentazione di un Paese immobile, anzi anchilosato, declinante e, tutto sommato, pressoché perduto. Un’Italia bollita, fra nuove miserie incombenti e vecchi difetti irrimediabili, immiserita nei conti della spesa quotidiana, di una precarietà degna del peggiore capitalismo selvaggio, smarrita e senza speranze. C’è un compiacimento masochistico nella rappresentazione di questo Paese infelice, che è immaginario, ma che rischia di prender forma nella sensibilità collettiva grazie ai martellamenti iettatori della stampa schierata a sinistra, nella manipolazione delle statistiche disponibili, nei disperanti preannunci di un disastro che non ci sarà.
Non c’è nulla in questo grande Paese che giustifichi un così sottile terrorismo psicologico: l’Italia ha retto ai colpi della congiuntura internazionale come, e in qualche caso meglio, gli altri Paesi del Vecchio Mondo. Attraversa una crisi demografica seria, risente di insufficienze strutturali che vengono da lontano, non ha sanato storiche deficienze energetiche, ma ha anche nerbo, intelligenze, risorse umane e culturali, una non dismessa attitudine a superare passaggi difficili. È in mezzo a un guado, ha iniziato un impegnativo percorso di ammodernamento che punta a rivitalizzare le sue grandi risorse e potenzialità, un percorso i cui effetti non possono essere immediatamente visibili, ma che tuttavia sono percepibili per chi voglia utilizzare senza pregiudizi gli strumenti politologici ed economici sufficienti a rappresentare la realtà prevedibile. È cominciata la riforma dell’articolazione statuale, delle pensioni, dell’istruzione, del mercato del lavoro, della stessa ossatura infrastrutturale del Paese. Da pochi anni, in pochi anni. Tutto questo travaglio non poteva non suscitare reazioni e controspinte, arroccamenti conservatori, turbamenti di quella parte dell’establishment che non vorrebbe cambiare mai nulla, per non attivare nessuna circolazione delle élite.
L’Unione concentra e distilla gli inevitabili sentimenti di avversione al cambiamento. Per Prodi e compagni l’Italia non è un Paese che cambia pelle, è un Paese che agonizza e per un simile Paese l’unica strategia possibile non è quella di avanzare, ma quella di tornare indietro. Centrosinistra e sinistra vogliono prendere gli italiani per paura: vedete, dicono in sostanza con i loro mielosi discorsi di unità e di dialogo, in Italia una rivoluzione liberale non è possibile, è meglio, molto meglio che il Paese si affidi ai vecchi sciamani. Arcaici sacerdoti di una politica oppressiva-protettiva, di uno Stato che avvolge e imbozzola, giudica e manda. Uno Stato esoso che per fornire un minimo di rassicurazione esige il massimo delle tasse, che amministrerà il grigiore dei giorni futuri minacciati da scontri di civiltà e concorrenze feroci, alimentate da Paesi emergenti che non sono angosciati dalla «precarietà del lavoro».
In questa prospettiva, è logico che nell’Unione si collochino ben due partiti che si proclamano comunisti. Il centrosinistra e le sinistre puntano sul passato che non dovrebbe mai passare. E ammoniscono tutti a non farsi illusioni.
Ma il furto di speranze è un delitto politico grave e non è certo che gli italiani siano disposti a tollerarlo.