L’UNIONE DELL’IMMOBILISMO

Sono parole di responsabilità nazionale quelle pronunziate dal Presidente della Repubblica a Napoli. Alla maggioranza di governo Giorgio Napolitano ha chiesto «attenzione e sensibilità per le ragioni dell'opposizione» e l'assunzione di «un metro di giudizio non distruttivo nel bilancio dell'azione di governo che si è in precedenza osteggiato». E all'opposizione ha rivolto un appello affinché nel modo più lineare e senza equivoci «non vengano esclusi nell'interesse generale temi di necessaria e possibile convergenza».
Dietro l'accorato monito presidenziale rivolto esplicitamente al centrodestra e al centrosinistra finora aspramente contrapposti, non è difficile cogliere la preoccupazione per quello che accade e non accade nel Paese. Sono passati settanta giorni da quando le forze dell'Ulivo hanno vinto le elezioni, se pure in maniera assai precaria, ma fin qui non si intravedono che segni di immobilismo e di involuzione partitocratica insieme a distruttive spinte massimaliste.
Non c'è traccia di quelle riforme necessarie che nelle democrazie funzionanti solitamente si compiono nei primi cento giorni, e tutto il chiacchiericcio governativo è indirizzato contro quel che si deve distruggere della passata legislatura, a cominciare dalla legge Biagi. D'altronde, quale sia la serietà politica di una compagine governativa formata da oltre cento elementi scelti con il bilancino partitico e non per capacità operativa, ognuno può immaginare. I più autorevoli sostenitori del centrosinistra, come Eugenio Scalfari, usano parole di fuoco di fronte alle prime non-prove del governo Prodi. E il gruppo dirigente confindustriale, che pure si era schierato con il centrosinistra, sta orientando la propria barra di navigazione in direzione opposta.
Soprattutto non passa giorno senza che il radicalismo dell'estrema sinistra, massicciamente presente nella maggioranza e nel governo, non faccia sentire la sua voce - dalla Tav all'Afghanistan - paralizzando di fatto anche le migliori intenzioni di quella parte del gabinetto che guarda con responsabilità all'Europa, alla modernizzazione liberale, e ai vincoli internazionali occidentali. Per finire non si può ignorare che gli scandali e scandaletti che occupano con il moralismo le prime pagine, sono utilizzati per oscurare l'inerzia del governo più che per moralizzare la vita pubblica.
Se questo è il quadro che non sfugge a nessuno, osservatori e protagonisti politici d'ogni colore, non meraviglia che il presidente della Repubblica, con il tono, lo stile e l'esperienza che lo caratterizzano, assuma più che mai i compiti di rappresentante dell'unità nazionale e di punto di riferimento di tutti i cittadini. Senza volere prestare il nostro punto di vista alla suprema magistratura dello Stato, e senza pretendere di essere nel vero, non possiamo fare a meno di avvertire un certo sgomento nelle parole di chi è il massimo garante delle istituzioni.
È questo, ci pare, il cuore dell'appello presidenziale che ha un duplice obiettivo. Sospingere ad abbracciare più decisamente le regole fondamentali della democrazia dell'alternanza nella quale chi viene dopo non deve distruggere quel che hanno fatto coloro che sono venuti prima. Ed auspicare che si realizzi la necessaria convergenza delle forze contrapposte nell'interesse del Paese sui grandi temi quali le riforme istituzionali e la politica estera, scacciando dal lessico politico quella nevrosi della «discontinuità» su cui i retori del massimalismo anche costituzionale inopinatamente insistono.
m.teodori@mclink