L’Unione europea ha la testa piena di «ecosciocchezze»

Gentile dott. Granzotto, avrà certamente sentito durante il Tg serale l’ultima notizia in arrivo dai solerti funzionari della nostra Eurolandia: non fare il bagno ma utilizzare la doccia. Lo scopo, ovviamente, è quello di risparmiare acqua ed energia per riscaldarla. Inoltre, sempre per risparmiare e tutelare l’ambiente, usare gli speciali diffusori che, miscelando opportunamente aria e acqua, anche facendo la doccia fanno risparmiare ancora di più. Non hanno ancora detto (lo faranno però presto) di non usare il frigorifero ma di utilizzare le «moschirole» che sono quegli aggeggi che i nostri nonni appendevano fuori dalle finestre per conservare i cibi e, d’estate, ripararli dalle mosche. Mi dispiace che le tasse a mio carico vengano trattenute direttamente, però provvederò a richiedere il rimborso della quota destinata agli euroburocrati.
Milano

La moschirola (va bene anche così, ma in italiano ipercorretto sarebbe «moscaiola»)! Io la uso ancora, sa? In campagna. Ci metto i formaggi che, se di frigorifero, non son più formaggi, son tocchi di plastica inodori e insapori. Ma veniamo a cose meno serie e cioè l’ultima fesseria della cara vecchia Europa. La quale, fuori tempo massimo, si appropria d’una mattana assai in voga fino a qualche tempo fa negli ambienti ecologochic: l’«impronta ecologica» (carbon print, per dirla con quello scaltro giuggiolone d’un Al Gore). Ne fu alfiere, qui da noi, Fulco Pratesi, nome storico dell’animalismo e dell’ambientalismo, il quale dettò le regole della dieta «no-carb» (inutile che le dica, gentile lettrice, che quel «carb» e quel «carbon» stanno per anidride o biossido di carbonio): mai il bagno, doccia ogni tre settimane, tirare lo sciacquone solo ogni quattro giorni, cambiarsi la biancheria una volta al mese, non cucinare pasta corta perché richiede più acqua degli spaghetti... E via così. Furono messi in vendita, al tempo della mattana, anche degli accrocchi elettronici in grado di misurare al millesimo la propria impronta ecologica e quando gli ecogrulloni si ritrovavano era tutto un: «Oggi ho avuto una impronta leggera, però potrei far di meglio se rinunciassi a tagliarmi le unghie dei piedi» oppure: «In trattoria non ho saputo dir di no ai rigatoni con la pajata e subito mi si è appesantita la carbon print». Cose così. Era l’ecologismo aristocratico che si contrapponeva a quello plebeo del buco nell’ozono e della deforestazione dell’Amazzonia, troppo grossolano, semplicistico. D’altronde fu lo snobissimo Club di Roma - babbo di tutto il fregnacciume ambientalista - a tracciare nel 1968 - annus horribilis - il solco sostenendo che la medicina come l’igiene dovrebbero essere ridotte al minimo perché favoriscono la «proliferazione cancerosa di esseri che continuano a vivere sul pianeta come vermi sulla carogna».
Come il secondo dei fratelli De Rege, lo scemo che rideva alla barzelletta due ore dopo, quando cioè l’aveva finalmente capita, l’Europa raccatta quella vecchia bischerata e la istituzionalizza. Al doppio fine di risparmiare energia e acqua, la stessa che nel suo «Rapporto sui limiti dello sviluppo» il solito Club di Roma profetizzò dovesse esaurirsi nei Paesi industrializzati entro e non oltre il 2010, e ci siamo. Che poi, questa storia che non ci dobbiamo lavare perché l’acqua scarseggia in Dancalia non sta né in cielo né in terra, perché non è che possiamo spedire - e credo non lo faccia nemmeno uno ricchissimo di fantasia come Fulco Pratesi - il contenuto del boiler ai dancali. Ma probabilmente proprio per questo, gentile lettrice, proprio perché non sta né in cielo né in terra che l’Europa è tornata sull’argomento. Lei dice che il prossimo passo sarà il raccomandarci di non usare il frigorifero, ma io non credo: troppo poco stupido. Ci diranno, vedrà, di non sgranocchiare più i salatini perché mettono sete e, avendola, magari ci scappa un bicchiere di acqua in più.