L’Unione europea manda i poliziotti in Kosovo

nostro inviato a Bruxelles

«Sì» alla missione europea - si parla di 1800 uomini tra poliziotti, doganieri e magistrati - in Kosovo, «chissà» rispetto alla richiesta di indipendenza che cova e s'accresce a Pristina, il tutto condito con un incrociar di dita all'idea che i Balcani possano esplodere in mano alla Ue, divenendo un Vietnam sotto casa. È piuttosto flebile la risposta che da Bruxelles il Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo inoltra a Pristina e Belgrado solo un giorno dopo gli inni alla gioia sparsi per la stipula della nuova Carta comune in quel di Lisbona.
Ai kosovari, che da giorni lanciano segnali di velleità secessioniste a breve, si fa sapere che l'Europa - con un contingente militare e civile - sarà al loro fianco, «vista l'insostenibilità dello status quo», ma si evita nel documento finale dell'appuntamento di Bruxelles che compaia una sola volta la parola «indipendenza». «La volontà politica di tutti c'è stata», s'inorgoglisce Prodi riprendendo la strada di casa assieme a D'Alema per non mancare un voto di fiducia.
Fa a meno, però, il professore di ricordare che i mugugni covano sotto la cenere. Cipro ha detto sì solo perché nel documento finale è scritto nero su bianco che l'indipendenza del Kosovo non sarà più ripetibile. Anche gli spagnoli (pure loro alle prese col separatismo) non è che siano felici. Così come altri, per diversi motivi. A cominciare da quello che l'economia del Paese è fatta per il 50% di attività criminali, per il 40% di aiuti internazionali e solo per il 10% di produzione propria.
Ma è nei confronti di Belgrado che la strada, anziché più facile, si fa in salita: a chi, come D'Alema, rivendicava maggiore apertura dei portoni Ue a Belgrado in cambio di cessioni territoriali, è stato risposto che i serbi devono innanzitutto tener fede agli impegni: leggi la consegna di Ratko Mladic e di altri autori di stragi etniche nelle guerre tra ex-jugoslavi. Richiesta avanzata dagli olandesi, ma fatta propria anche da belgi e nordici. Per cui alla fine si è scelta la strada della visibilità - e dunque l'impegno all'invio di una missione - senza stabilirne modalità e ragione giuridica, rinviate a data da destinarsi (ma non oltre gennaio).
Su che basi si muoverà la Ue? Una nuova richiesta Onu è assolutamente improbabile, vista la posizione del ministro degli Esteri russo Lavrov ed il no che Mosca farebbe risuonare in Consiglio di sicurezza. Una autonoma decisione della Ue? Toccherebbe che tutti e 27 riconoscessero Pristina, che suona difficile. Insomma parte con piede incerto la Ue rinnovata dal trattato di Lisbona. Ha per la mani un gomitolo con molti capi: ma c'è il rischio che tirandone uno, a caso, si arrivi all'esplosione. A una guerriglia alle porte di casa. A un Vietnam europeo, come ha ipotizzato un diplomatico dell'Est.
Del resto muovere a tentoni sta divenendo una costante Ue: si doveva parlare di immigrazione, ma il discorso si è limitato ai rom, con invito ai governi a «includerli» e la promessa di riparlarne a giugno per capire se l'integrazione sia possibile. Anche su altri temi caldi si è scelto il rinvio. Clima, ambiente, energia, globalizzazione incombono minacciosi? E il summit ha creato una commissione di "saggi" (guidata dall'ex premier spagnolo Gonzalez) per fornire suggerimenti. Cosa che ha creato malumore al presidente dell'Europarlamento, Poettering, il quale ha osservato che già c'è chi pensa al futuro, e per di più dotato di mandato degli elettori.